A Toys Orchestra – Midnight Talks

…a toys orchestra

Di band in Italia più che meritevoli c’è ne sono in quantità, è trovarle il casino. Se sei fortunato riesci ad ascoltarle alla sagra del tartufo, se hai i giusti contatti magari te li spari nelle orecchie direttamente dal loro blog o su SoundCloud, ma di certo non ne sentirai parlare in radio o in TV, e la critica musicale nostrane un po’ per pregiudizio un po’ per fatica li rilega agli articolisti di seconda mano, con recensioni di trenta o sessanta parole in tutto.

Fino a dieci anni fa era tutto un po’ più semplice, e band come i Verdena, i Linea 77 e i Subsonica raggiunsero una notorietà eccezionale considerando la cultura musicale media in Italia (senza scomodare i Bluvertigo, i Tre Allegri Ragazzi Morti e così via), ma era comunque un’ondata commerciale (per dirla come un quattordicenne nel forum di Ondarock). Oggi nel marasma di internet se ti autoproduci e difficile finire nelle prime pagine di Google.

Gli a Toys Orchestra sono una delle realtà musicali più interessanti, a livello mondiale. E non sto esagerando, anche se è facile pensarlo perché… beh, perché sono italiani, dico bene? La band capitanata da Enzo Moretto sta facendo grande musica, e la fa più o meno da quando sono nati. Non sconvolgetevi, niente di trascendentale, il loro è un ottimo pop rock senza pretese, ma è comunque mille volte meglio del brit pop che imperversa in tutte le riviste “rock”.

Nel 1998 si formano gli a Toys Orchestra, che dopo tanta gavetta (ma anche tante soddisfazioni) arrivano nel 2001 a pubblicare il loro primo album.

Quando si parla di “Job” (2001) si parla spesso, troppo spesso, di indie rock. Di certo la prima comunità musicale ad apprezzare la band campana fu proprio quella indie, ma da loro a band come i The Dirtbombs o i Yeah Yeah Yeahs ci passa il mare. C’è l’indie, come ci sono gli Smiths, i Radiohead e tanto altro, ma c’è sopratutto tantissimo di loro. Già in “Job” l’anima e il sound della band sono intuibili, anche se ancora non nella condizione di poter uscire fuori con tutta la loro complessità (a causa principalmente di un produzione a bassissimo costo, un lo-fi che oggi va tanto di moda come ci insegna il successo di Ty Segall, ma che all’epoca era la regola per molte band emergenti senza soldi). Detto questo, a parte due o tre idee l’album risulta mediocre e senza ispirazione.

Nel 2004 grazie ad una etichetta fiorentina specializzata in indie rock (che poterà ancora di più a categorizzare la band nella ristretta cerchia dell’indie), la Urtovox, possono pubblicare “Cuckoo Boohoo“. L’album è un gran passo avanti in confronto a “Job”, una maturazione inaspettata. La complessità musicale viene sottovalutata praticamente da qualsiasi recensore o critico italiano, il quale di certo si rende conto di essere di fronte ad un lavoro ben al di sopra della media, ma allunga comunque le mani. Eppure “Cuckoo Boohoo” per quanto non un capolavoro, è un album forte della sua umiltà e leggerezza. Grazie ad un fortunato singolo Peter Pan Syndrome molte porte cominceranno ad aprirsi per la band. Ma come non citare pezzi straordinari come Hengie: Queen Of The Border Line (geniale citazione di Angie dei Rolling Stones), Elephant Man e Asteroid, anche se in realtà non c’è una sola traccia che non valga perlomeno un ascolto.

Il terzo disco degli a Toys Orchestra esce soltanto nel 2007, ed è finora il migliore: “Technicolor Dreams”. Le voci di Enzo e di Ilaria D’Angelis si amalgamo molto bene, il ritmo a tratti diventa leggermente più frenetico e nervoso del lavoro precedente. L’eleganza dettata da una asciuttezza del suono ben calibrata, tende ad esplodere in alcune tracce in barocchismi totali che lasciano stupefatti. Il diverso approccio è evidente in Panic Attack #3, continuo ideale di Panic Attack #1 e Panic Attack #2 (del #2 non ho trovato il link purtroppo) nel disco del 2004, l’energia sprigionata in questa terza ed ultima parte (finora) è devastante e distruttrice. I testi, anche se fin qui non ne avevo parlato, sono uno dei punti forti della band, ed in questo disco trovano una evoluzione poetica non indifferente anche se ancora lontani dall’unione tematica ideale nel quarto disco (che è quello che mi appresto a recensire), poi purtroppo persa nel quinto “Midnight (R)Evolution” (che affronta malamente tematiche sociali, ma senza la poesia e l’eleganza decadente che di solito caratterizzano la produzione lirica della band) uscito l’anno scorso. L’inserimento di elementi derivanti dell’elettronica è perfettamente gestito. Meravigliosa Technicolor Dreams, finita insieme ad altre canzoni del gruppo nel bruttissimo film Remeber The Daze ; l’album secondo me presenta meno tracce eccellenti del precedente, ma acquista una maggiore armonia tra i pezzi risultando un lavoro perfettamente omogeneo.

Con “Technicolor Dreams” inoltre arriva il supporto della RAI, che si rende conto delle potenzialità effettive della band e la sponsorizza in giro per il mondo trovando fortuna nel Regno Unito.

Dopo una importante collaborazione con un’altra grande realtà musicale italiana, gli Afterhours, e qualche altra collaborazione cinematografica di pessimo gusto arriva il 2010, e con lui “Midnight Talks”.

cd

Quando l’album uscì lo comprai sulla fiducia, convinto che il gruppo valesse venti euro senza neanche la prova d’ascolto (cosa che mi rimangerò con il disco successivo).

La copertina mi fece un po’ effetto e la cosa mi piacque.

Mentre metto il cd nello stereo guardo meglio la confezione, una scelta grafica tremendamente indie (la Urtovox non si fa riconoscere insomma). Mi ricorda un po’ quella di “Requiem” dei Verdena, e fa saltare in mente anche quella ancora più scarna di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” degli Arctic Monkeys.

Il disco inizia con Sunny Days e la prima cosa che subito l’orecchio nota è la profondità. Il suono del piano è molto più caldo che nei lavori precedenti, anche se la melodia rispecchia perfettamente quello che mi aspettavo. Dopo a mala pena due minuti il pezzo accelera di punto in bianco, si passa a Red Alert così, senza aver il tempo di orientarsi i Toys mostrano come la loro abilità compositiva si sia raffinata e anche la tecnica ha fatto dei progressi notevoli. Il finale è una botta di adrenalina inaspettata, anche se sempre con la compostezza e l’eleganza che caratterizza questo gruppo.

Mystical Mistake si apre con un attacco decisamente più rock che pop. Lasciate perdere la canzone in sé, piuttosto calatevi nella realtà stilistica della band finora, di chi segue un filo logico da anni e si ritrova nella terza traccia di un cd degli a Toys Orchestra un attacco così. Ti spiazza, felicemente.

The Day Of The Bluff ci calma e ci fa riflettere. Il disco racconta di quelle personalità che si aggirano la notte, tenta di comunicarci l’incomunicabilità della società contemporanea; la difficoltà di una reale comunicazione sfocia nella depressione, nelle perversioni, nella malinconia.

Celentano è un tributo al vecchio Adriano, potevamo viverci senza.

Plastic Romance e Plastic Romance (part Two) sono l’apice di questo album. I testi superano di gran lunga la poetica contemporanea e trovo una certa difficoltà a paragonarli alle band che sbancano in questi giorni. La prima parte è a ritmo di marcia, una marcia vittoriosa che che però stride con la tragica storia di un amore impossibile e perverso tra un ragazzo e una bambola di plastica. Nella seconda parte si ripete la parte finale del testo, donandogli la giusta malinconia con un pizzico di autoironia.

Pills On My Bill è una ballad di tutto rispetto, una roba con i coglioni, mica quella schifezza di Haunted dei Deep Purple recentemente recensita (ho ancora i conati di vomito). Anche la parte orchestrale risulta assai meno tamarra del previsto (si sa come va a finire di solito con le ballad).

Frankie Pyroman è il secondo diretto sulla stomaco dopo Mystical Mistake. Và innanzi tutto elogiato il rapporto strettissimo tra testo e musica, dove quest’ultima ha quasi valore narrativo per esaltare la qualità del testo e del racconto.

Backbone Blues è il modo di fare blues della band. Passabile.

Look In Your Eyes scopre subito le carte con una linea melodica che ci ricorda tantissimo le cose migliori sentite in “Cuckoo Boohoo”. L’evoluzione tecnica e di produzione permette però ai Toys di fare l’ennesimo salto di qualità. I testi ancora una volta godibilissimi.

Con Summer non ci stupiamo più della qualità nella ricercatezza di un sound pulito ma non freddo. La pecca maggiore di Summer è la sua lunghezza, il pezzo è semplice, perché annacquarlo inutilmente con almeno un minuto abbondantemente in più?

The Golden Calf è la traccia che ha meno da dire di tutto il disco. Ben suonata è dire poco, ok, ma non aggiunge nessuna sonorità o idea al disco. Un riempitivo di cui non se ne sentiva il bisogno e che allunga il brodo inutilmente. Più apprezzabile dal vivo.

Somebody Else è un finale banale ma efficace. Riassume deliziosamente la poetica di questo album, travolge nella sua malinconia per poi esplodere nel suo grido di disperazione finale, evoluzione definitiva da quello isterico di Panic Attack, ora gli a Toys Orchestra sanno a chi urlare, ed è proprio a noi che è indirizzato quell’urlo di meravigliosa angoscia.

Non recensirò “Midnight (R)Evolution” il disco uscito sull’onda di “Midnight Talks”, perché è il risultato di una triste operazione commerciale. Ci sono degli spunti interessanti ma non è un lavoro ben ponderato come di solito è quello dei Toys.

  • Pro: un pop rock meno banale del solito.
  • Contro: gli a Toys Orchestra sono una band esageratemente caratterizzata, di certo pretende tanti ascolti prima di essere assimilata, ed è possibile che il sound non vi piaccia per niente inficiando così ogni ascolto futuro.
  • Pezzo Consigliato: come per “Superunknown” qualche recensione fa, non posso che consigliarvi di ascoltarvi tutto il disco tutto d’un fiato.
  • Voto: 6,5/10
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