Justice – Audio, Video, Disco

Justice

Secondo me molta gente non ha capito un tubo dei Justice.
Già prenderli seriamente oppure paragonarli ad altre band (Daft Punk?), per me sono errori di valutazione.

Gaspard Augé e Xavier de Rosnay non sono due francesi con la passione per l’elettronica, sono due ragazzi che hanno voglia di imparare divertendosi. Una filosofia che in musica purtroppo è enormemente sottovalutata. Non voglio fare paragoni eccelsi (Captain Beefheart, ma solo dell’idea di principio, ovviamente, sempre a pensar male!) ma prendiamo in esame band come gli MGMT o i Klaxons, senza quella vena di fancazzismo che li caratterizza non avrebbero molto da dire.

“Audio, Video, Disco” dice già tutto, ed è stupido – davvero stupido – tacciarli di non aver fatto nulla di che perché è soltanto prog rock, è molto stupido, per il semplice fatto che già il titolo dell’album svela la semplicità del loro far musica: Ascolto, Vedo, Imparo.

Stupirsi poi per una svolta rockeggiante degli Starsky & Hutch della musica elettronica è un po’ patetico. Già in  (2007, meglio conosciuto come “Cross“) ci sono fortissime declinazioni prog, basti pensare alla mini-suite Phantom divisa in due parti, una grandissima prova compositiva che strizza l’occhio ad un prog davvero pe(n)sante.

Ricordo di aver letto in un vecchio numero del Rolling Stone (sì, lo compravo, e me ne vergogno) una loro intervista, parlavano dei loro esordi, e non mi stupì leggere che tra tante cose avevano pure militato in una cover-band dei Green Day. Visto? Niente di esaltante, niente di trascendentale, nessun rimando a John Zorn, a Frank Zappa o a cippalippa, a loro piacevano i sempliciotti e scontati Green Day.

Definire il valore di una band solo e soltanto dai punti di riferimento e dalla scelta di un genere è davvero sconfortante. Cosa trasmettono i Justice, realmente?

Prima di tutto una ecletticità non indifferente, un sound che spazia dai Daft Punk a Andrew Lloyd Webber, una giocosa musica da rave party senza pretese se non quella di essere subita passivamente.

Guardando (ed ascoltando) il quarto episodio della prima stagione di Misfits*, quello in cui Curtis fa quel gran casino dopo aver visto la sua ex, ti rendi conto di come i Justice siano uno specchio quantomeno realistico della nostra generazione (sono del ’90). In discoteca, nell’episodio citato, danno Phantom part II remixata dai Boyz Noize, tutt’attorno le luci e i laser oscurati dal muro dei corpi che passivamente subiscono note di cui a mala pena percepiscono i bassi, seguendo una linea ritmica a volte più in sintonia con la loro testa che con quello che manda il dj. I Justice si fanno promotori della dispersione musicale, del collage (Kraftwerk, Electric Light Orchestra, Yes, e chi più ne ha più ne metta) e del ri-collage (il remix), sono moderni, contemporanei, e lo fanno senza un reale bisogno di espressione alta, senza il bisogno di aggiungere nulla se non la loro passione per quello che ascoltano, vedono ed imparano.

La cifra stilistica è importante, la presenza di questa enorme croce illuminata che li segue ovunque, dalle copertine degli album ai video fino all’enorme dj set dal vivo è un simbolo ormai caratterizzante. I loro video seguono esattamente la loro idea di musica, così progressive, non c’è un reale inizio ed una fine, c’è solo una infinita progressione, da non vedersi come sinonimo di miglioramento, ma il naturale e ineluttabile divenire delle cose. Notate come fra l’altro nella prima cover si mostra una croce spaziale, mentre stavolta un monolite antico come Stone Age. Hanno già detto molto del disco soltanto con la copertina.

Il percorso della band è psichedelico, si va da collaborazioni con i Fat Boy Slim a Britney Spears, ma il successo arriverà con We Are Your Friends, storico feat con Simian (il video è geniale) nel 2006. La loro via è certamente segnata da Pedro Winters, manager già di Daft Punk e Cassius, e sebbene la sua impronta sembra che i Justice ascoltino molto di più l’elettro-prog dei Battles e i dj californiani. Nel 2007 con “Cross” probabilmente siglano uno dei capolavori assoluti dell’elettronica di stampo popular, e con “Audio, Video, Disco” (uscito ben quattro anni dopo) alzano il tiro.

L’etichetta naturalmente è la francese Ed Banger Records di Winters.

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Il disco comincia, almeno per i miei gusti, nel migliore dei modi. Horsepower è una fuga prog che sembra cominciata già da tempo, il sapore è decisamente Andrew Lloyd Webber, ma non quello bravo, quello tamarro e rimbecillito del “Phantom Of The Opera“. Barocchismi inutili, ma con gran stile.

Trovo che Civilization sia di una potenza vergognosa. Dal vivo rende mille volte il disco, riflette esattamente quello che dicevo sopra, e ce ne fa capire un’altra: i Justice hanno imparato le basi del prog, e le usano per lo stesso motivo con cui avevano assimilato i Daft Punk, lasciare che ai ragazzi arrivi addosso un muro di suoni e parole, nient’altro (ma con una qualità compositiva sempre più interessante).

Un cretino, ovvero un recensore di Onda Rock, ha voluto paragonare Ohio a Because dei Beatles. Ok, Ohio non solo non c’entra niente, ma siamo ben oltre la semplicistica musica pseudo-intellettuale dei Beatles di “Abbey Road” (grazie al cielo). La progressione di Ohio ci trasporta in un viaggio senza meta (leit motiv del disco, e della musica dei Justice), il percorso non progredisce, ne aggiunge mai nulla di nuovo, è solo un andare avanti per inerzia (ammetterete, finalmente, che i Justice fanno una musica mille volte più comunicativa e contemporanea di più o meno tutte le band rock esistenti, almeno per onestà intellettuale).

Canon si presenta con un intro dal sapore medievaleggiante (i Third Ear Band di “Alchemy“?) per poi esplodere in una follia prog che va dagli Emerson, Lake & Palmer ai già citati Battles. Una prova compositiva degna di Phantom, che sinceramente comprova che i Justice non stanno lì a far girare dischi su un piatto.

On ‘n’ On ha avuto su di me l’effetto covalente di un calcio nelle palle. Cos’è? Ma dove sono finiti i Justice di “Cross”? Il sapore anni ’80 di questa traccia mi stupisce, e mi lascia un ottimo sapore in testa. Semplice, intelligente, sembra di vedere un bambino che si prodiga nell’assimilare ciò che ha attorno. C’è molta ingenuità, ma anche modestia in questo modo di comporre musica.

Brianvision fa tornare finalmente i Justice in linea con la loro produzione precedente, ameno nel sound. Il tono epico mi piace, ed è anche ironico, i suoni che ad un certo punto si perdono per poi ricompattarsi in una struttura ritmica serratissima, chiaramente questa è una recensione di pancia, ma voler fare recensioni “serie” sul rock è un po’ come i documentari sull’origine della ricetta della carbonara. Non serve a gustarti di più un piatto, e poi se non ti piace l’uovo non ti piace e basta.

Divertente Parade, mi fa ridere perché mette un po’ a nudo questa parata continua che si sente spesso negli album di rock commerciale, gente in festa a ritmo di tamburi che come pecorelle seguono i loro idoli vestiti in modo carnevalesco. Fateci caso.

Newlands dalle prime note mi sembrava un pezzo degli AC/DC o degli Who. Perché? Perché probabilmente piacciono ai Justice. Se piacciono anche a noi tanto meglio, se no chissene. Mi sembra un ottima filosofia per un musicista.

Helix è il pezzo che mi piace meno. Non fraintendetemi, bella composizione, suoni in linea con l’album, strizza pure l’occhio ai Fat Boy Slim (che mi piacciono) quindi niente da ridire, però non mi entusiasma come gli altri pezzi. Forse perché ormai me l’aspettavo? Probabilmente se i Justice si ripetessero con un disco uguale a questo mi farebbe completamente cagare proprio per questo motivo, siamo alla penultima traccia ed ora basta, abbiamo capito.

Audio, Video, Disco conclude il giro panoramico dandoci una efficace sintesi di questo album. Il rimando ai Daft Punk ritorna, senza vergogna, e i Justice ci salutano sperando di averci divertito con la loro musica senza pretese, se non quella di essere ascoltata.

  • Pro: obiettivamente? Mi è piaciuto tantissimo a pelle, però i Justice non si sprecano a darci nuove idee. Un lavoro assolutamente di poco conto per la musica contemporanea. Vi stupisce? Non avete letto bene la recensione allora. Detto ciò correte a vederli dal vivo e a comprare il disco.
  • Contro: ripetitivo a tratti, però sinceramente oltre al fatto che non si sta parlando di grande musica, ci sono pochi difetti effettivi.
  • Pezzo consigliato: propongo (ancora una volta) un ascolto completo. È un lavoro fatto di impressioni musicali, alcune molto interessanti, altre semplicemente orecchiabili.
  • Voto: 6/10

[*andatevi a leggere perché secondo me Misfits era davvero una figata. Cioè, lo so che non ve frega ‘na cippa, ma andateci lo stesso.]

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