Thee Oh Sees – Carrion Crawler/The Dream

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Gentili lettori,
quanto vi propongo oggi è un album di una band che fa stracciare i vestiti di dosso anche ai critici più testardi. Peccato che i voti mediamente alti e i complimenti strascicati vengano spesso rilegati alle ultime pagine, lasciando in copertina gli ultimi aborti degli Arcade Fire.

I Thee Oh Sees sono, e tremo al dirlo, la miglior rock band dell’ultima generazione. Se tremo nel dirlo è per molte ragioni.

La prima è certamente il fatto che oggi definire cosa sia “rock” è sempre più difficile. Non per me, ma il resto della critica che pur di recensire undici miliardi di album al giorno più dell’altra rivista musicale fanno diventare rock anche “AM” degli Arctic Monkeys (per loro la linea di confine è sempre più confusa).

Dimenticandoci di punto in bianco che fare rock non è imbracciare una chitarra e vomitare ovvietà da un microfono, ma è farlo in un certo modo e con dei validi motivi. E il modo e i motivi si sentono parecchio da quelle casse, cazzo se si sentono!

Per i confusi e gli anfetaminici: i motivi non devono per forza essere “alti”, come i modi non devono essere per forza virtuosistici, basta che non siano artificiali. Puoi anche voler diventare i nuovi Beatles, fare un mucchio di soldi e raccatarre figa in ogni angolo, ma se da questi propositi vengono fuori i Ramones è una cosa, ma se invece vengono fuori gli Strokes significa che qualcuno sta mentendo. E i Ramones erano troppo fatti per per riuscirci in modo credibile.

Il rock vero si sente.
Quando ascolto un pezzo qualsiasi degli Strokes non sento niente, a parte una smodata voglia di raccogliere fiorellini in giardino e guardare in TV X-Factor. Quando ascolto i Thee Oh Sees mi si rizzano a porcospino tutti i peli delle palle, vorrei spaccare tutti poster di Frank Zappa in camera con la tavoletta del cesso e guardare Beavis and Butt-Head in streaming.

La storia dei Thee Oh Sees è davvero strana.
Se gran parte delle rock band cominciano coverizzando qualche pezzo con gli strumenti comprati qualche natale di troppo fa da mamma e papà, John Dwyer (leader della band) comincia con esperimenti noise allucinanti.

Il primo nucleo della band si forma nel 1997, denominati Orinoka Crash Suite pubblicheranno tre album che ad oggi ascoltiamo in tutto il mondo solo io e John Dwyer.

34 Reason Why Life Goes On Without You / 18 Reason To Love Your Hater To Death” meglio conosciuto come “1” è una di quelle cose per cui o hai una mente aperta all’esperienza emotiva REALE oppure dopo due minuti fuggi dalla stanza violentato mentalmente. L’esperienza noise non è da tutti, ma se vi piace il genere i primi tre album degli Orinoka vi faranno esplodere il cervello.

Dopo questa avventura composta di rumori, fruscii e ambienti sonori al limite dell’umana sopportazione, la band si volge a sonorità più garage e al formato canzone universalmente riconoscibile. Formano così gli The OhSees che nel 2007, con l’arrivo di Petey Dammit possono trasformarsi nei definitivi Thee Oh Sees.

Con quella chitarra che suona come un basso Dammit dona a Dwyer il sound definitivo, un ponte trascendentale che unisce Syd Barrett, Soft Boys, Fuzztones e Ty Segall.

Non c’è un album che si possa definire “poco riuscito”, dal primo (“The Master’s Bedroom is Worth Spending a Night In”, 2008) all’ultimo (“Floating Coffin”, 2013) eppure ne hanno fatto uno che forse forse è “il più riuscito di tutti”.

Ecco: “Carrion Crawler/The Dream”, uscito nel 2011 qualche mese dopo “Castlemania”, è la sintesi di tutto il sound, delle idee e della follia dei Thee Oh Sees.

Concepiti come due EP diversi Carrion e Dream vengono fusi in unico album, unendo così la vena puramente psichedelica a quella più spiccatamente garage della band. La prima parte apre proprio con Carrion Crawler (chi gioca a D&D sa già a cosa si riferisce) monumento del rock psichedelico, un nuovo classico indimenticabile.

Segue Contraption/Soul Desert, fusione di un loro vecchio pezzo con Soul Desert, fra l’altro la mia preferita dei Can pre-”Tago Mago”. I ritmi ripetitivi, perfetta sintesi di acidi e introspezione, si confermano con la successiva Robber Barons.

Una specie di space-garage quello di Chem-Farmer, con un lavoro portentoso delle due batterie di Lars Finberg e Mike Shoun. Un surf-rock indemoniato.

La breve Opposition (With Maracas), formula garage che sembra la versione velocizzata e sbarazzina di The Whipping Continues (un geniale, acido e rumoroso pezzo contenuto nel precedente “Castlemania”) ci apre alla seconda parte. Il tema musicale sta cambiando repentinamente, portandoci da altri lidi ben più duri e molto meno introspettivi.

The Dream, anticipata da quei brevi accordi così geniali da imprimersi nella mente per sempre, è il cavallo di battaglia di questo album, la sua potenza garage-caotica dal vivo è inebriante, un’orgia sonora che prolunga un orgasmo per sette-otto minuti di furiosa live.

Seguono velocemente perle di saggezza garage impressionanti (Wrong Idea, Crushed Grass), molto più imprevedibile e camaleontica Crack in Your Eye. Degna conclusione la scalmanata Heavy Doctor.

Non c’è bisogno di aggiungere altro, il rock dei Thee Oh Sees è un buco nero che risucchia tutta la storia mantenendo una propria originalità, la quale deriva da una mente geniale e da dei compagni altrettanto degni, un sound unico perché vecchio ma estremamente moderno. Da ascoltare esclusivamente senza cuffie.

La musica di questa band avrà (e già ha) delle ripercussioni decisive nel sound della California. E oltre.

  • Pro: tutto quello che c’è di buoni dietro la parola rock.
  • Contro: se vi piace il rock in tinta pop vi sconsiglio vivamente i loro album, vi risulterebbero inutilmente noiosi.
  • Pezzo consigliato: vi consiglio i due title track, Carrion Crawler e The Dream.
  • Voto: 8/10
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2 risposte a “Thee Oh Sees – Carrion Crawler/The Dream

  1. Dato che li porti spesso come esempio positivo di rock contemporaneo, ho ascoltato più di una volta questo doppio EP. E’ vero, è rock come si deve, e mi piace un sacco quando cominciano rendere il ritmo ripetitivo e martellante.

    • Questo è in assoluto il loro lavoro migliore, ottimi anche “Floating Coffin” e il semi-acustico-delirante “Castlemania”. L’attitudine kraut della sezione ritmica mescolata alla chitarra fortemente barrettiana erano due cose difficili da amalgamare, ma in questo album ci sono riusciti alla grande, peccato che oggi Dwyer si sia bevuto il cervello.

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