Alla riscoperta del prog italiano

Dopo aver sputtanato senza ritegno qualche scamorza mal pensata o semplicemente mal riuscita del prog italiano in Non è tutto prog quel che luccica, appropinquiamoci alla seconda parte di questa mia modesta trilogia alla riscoperta non tanto critica, ma piuttosto sentimentale e ingenua, del mitico movimento prog italiano.

Vi consiglio degli acquisti non sempre di facile reperibilità, ma di assicurata qualità.

Troppo spesso ci soffermiamo sugli album più conosciuti o sulle band più consigliate. PFM, Area, il Banco, Rovescio Della Medaglia, Le Orme, Il Balletto di Bronzo (e gli altri dodicimila) senza contare tutte quelle che magari ci aspettavamo meglio, ma che invece non hanno passato la prova del tempo divenendo perlopiù materiale dal valore prettamente archeologico.

Quelli che vi propongo oggi sono album che secondo il mio modesto parere dovrebbero obbligatoriamente comparire negli scaffali di un appassionato. Naturalmente se siete appassionati di vecchia data è del tutto inutile che vi sorbiate anche questo post (tanto c’avete pure l’originale dei Gleemen e dei Dalton, pervertiti!), ma di solito il vecchio progger è nostalgico quanto Winnie The Pooh goloso di miele, o se preferite quanto Bukowski voglioso di una birra.

Cominciamo con un album che, se non avessi la ristampa del 2002, potevo permettermi solo se di nome facevo Bill e di cognome Gates.

genesi_01La Seconda Genesi – Tutto Deve Finire (1972)

Questo capolavoro assoluto uscì in 200, e dico solo 200, fottute copie, e tutte (e dico TUTTE) con una copertina diversa.Ma per quale cazzo di motivo, mi chiedo, la gente fa queste cose? Forse già immaginavano che giovani virgulti come me, sentendo le prime note di Dimmi Padre, presi dalla smania di avere una dannata copia di quel discone avrebbe sborsato, chessò, 4.000 euro??? Maledetti!

Ma grazie ad un progressivo interessamento verso il prog (notare il gioco di parole) di questi ultimi anni molte di quelle opere perdute o ultra-valutate sono oggi disponibili a prezzi umani.

“Tutto Deve Finire” è un capolavoro di composizione, stile e testi, l’epicità e la squisitezza tecnica sono sopra le righe, un disco che può tranquillamente rivaleggiare con molta produzione coeva inglese. Se vi piace il prog italiano, o se volete approcciarvi a questo genere, non vedo come non partire da questo album.

  • Voto: 7,5/10

ilgiro

Il Giro Strano – La Divina Commedia (1992)

Non fatevi ingannare dalla data di uscita, le registrazioni di questi pezzi risalgono ai primi anni ’70, ma purtroppo la band non riuscirà mai a pubblicarli mentre erano in attività.

Questa pubblicazione postuma è una fortuna, non tanto per la qualità musicale (che varia dall’eccelsa alla confusionaria in pochi attimi) ma perché rivela uno spezzato musicale senza i troppi filtri che spesso intercedono nella costruzione di un album. Liberi di spaziare e inventare Il Giro Strano capitanati da Mirko Ostinet e Alessandro Feltri non provocano l’ascoltatore con esercizi di stile, né con la sperimentazione, ma suonano quello che gli piace come gli piace.

Ascoltarsi questo album è come ritrovarsi di punto in bianco in un locale di Milano, Roma o Torino nel 1973, riassaporando le impressioni e le espressioni di quel periodo.

  • Voto: 6,5/10

jJumbo – D.N.A. (1972)

Il miglior disco di tutto il prog italiano.

E adesso potete picchiarmi.

Purtroppo “D.N.A.” dei Jumbo è un album che divide decisamente l’opinione tra gli appassionati, ma credo che ciò avvenga perché esistono due appassionati di prog: il primo è appassionato di rock in generale, particolarmente di quello diretto e incazzato, il secondo invece ama più di tutto il prog nelle sue forme più complesse e esasperate.

I Jumbo sono incazzati, sono sporchi, sono virtuosi eppure imprecisi, controllati eppure anarchici, poetici come volgari. Nel loro secondo album, questo “D.N.A.”, la band di Alvaro Fella (voce e unico autore) pongono una personalità forte e decisa nel sound quanto nei concetti espressi, divenendo di fatto l’unica band di tutto il panorama italiano a riuscire a fondere l’aspetto tecnico a quello concettuale in modo perfetto, senza privilegiare né l’uno né l’altro, senza mai staccarsi da terra per volare su pensieri filosofici e senza mai adombrare la mancanza di idee con abbellimenti non necessari.

Alvaro Fella, con quella sua voce così particolare da sembrare semplicemente inadatta, è il più grande cantore della rabbia rock in Italia, sempre sull’orlo del precipizio, sempre sul punto di spezzarsi quanto gridava anatemi via via più terribili e ineluttabili, per poi riprendersi all’ultimo, consapevole che c’è sempre un momento per la rabbia come per la riflessione.

Politici, poetici, filosofici e proletari, i Jumbo sono l’essenza di cosa dovrebbe essere una rock band, al di fuori dell’appartenenza culturale e nazionale.

Magnifica ed elegiaca la suite che prende tutto il lato A: Suite Per il Sig. K, ma è altrettanto indimenticabile come comincia il lato B, con i cambi di ritmo e l’essenza rock di Miss Rand, probabilmente il singolo rock più bello della storia italiana.

Nessuna band MAI ha raggiunto le vette lirico-espressive dei Jumbo, i quali cercarono di ripetere il miracolo col terzo album “Vietato ai minori di 18 anni?” (1973), dove però l’equilibrio si perde, e dove la bilancia cede sotto il peso delle ispiratissime liriche lascia a mezz’aria la qualità musicale, meno aggressiva e autentica che in “D.N.A.”.

Disco obbligatorio non solo per i progger ma per tutti.

  • Voto: 9/10

Angoscia_1Ultima Spiaggia – Il disco dell’angoscia (1975)

Partiamo subito dicendo che se un giorno, possibilmente prossimo, qualche benefattore decidesse di ristampare tutta la discografia di Ricky Gianco gli saremmo veramente grati.

Eh sì, perché voi leggete Ultima Spiaggia (ehi: mica siamo ciechi) ma in realtà questa è la nuova fatica di Ricky Gianco dopo l’esperienza beat di Alberomotore (“Il grande gioco”, 1974), il quale per pubblicizzare la sua nuova etichetta (Ultima Spiaggia, attiva dal 1974 al 1979) produsse un album assolutamente allucinante e fuori dagli schemi.

Non è un caso se anche i più appassionati del Riccardo nazionale trovano una certa difficoltà a collocare questo album.
È progressive?
È pop?
È rock?

Il disco dell’angoscia” è uno di quei rari casi in cui un musicista invece che seguire il tradizionale metodo di composizione prova una strada diversa. Questo album infatti è una sorta di visione d’insieme che depreda e riassimila tutti gli input della musica underground dell’epoca, incollandole in un concept psichedelico che principia da un terribile incedente d’auto.

Gianco infatti non narra una storia (modus operandi di un concept classico), né una vicenda, non cerca di esprimere una sensazione o un singolo concetto, ma ci introduce all’interno della mente di un uomo che ha avuto un incidente automobilistico, e ci fa schizzare a destra e a manca all’interno del suo inconscio, producendo così un’opera ben più azzardata di quanto si creda.

Più che un album si può parlare di esperienza.
Un caposaldo del rock, del pop e della musica italiana.

  • Voto: 8/10

delirium_-_viaggio_negli_arcipelaghi_del_tempo_-_frontDeliriumIII – Viaggio Negli Arcipelaghi Del Tempo (1974)

Ultimo album dei Delirium e anche il più estremo e sperimentale.

Finalmente fuori dall’ombra di “Dolce Acqua” i Delirium danno vita ad un affresco complesso e davvero avvincente (quando non incomprensibile). Il tono epico ed elegiaco riprende buona parte della produzione italiana, ma con un piglio personalissimo e un ispirato sax di Martin Grice.

Spesso snobbato, questo album contiene perle di indiscutibile valore, oltre che la certezza che i Delirium avessero ancora molto da dire.

  • Voto: 7/10

Fede-Speranza-Carità-coverJ.E.T. – Fede, Speranza, Carità (1972)

La band più hard di tutto il panorama prog italiano, le sferzate di chitarra in questo album e le urla dell’hammond fanno impallidire gran parte delle altre band coeve (esclusi New Trolls). Strano constatare che dalle ceneri di una band così nacquero i Ricchi e Poveri e i Matia Bazar. Mah.

Difficile rimanere impassibili di fronte all’attacco sanguinolento de Il prete e il peccatore o di Sinfonia per un Re.

Unico album di questa strana formazione, ottima variabile ai New Trolls in tinta cattolica.

Notevolissimo anche il singolo che compare come bonus track: Guarda coi tuoi occhi, che nella sua semplicità e senza l’eccessiva ricercatezza degli altri brani dell’album se ne esce come il più quadrato e convincente!

  • Voto: 7/10

cover_52141717102008Maxophone – Maxophone (1975)

Inspiegabilmente ancora poco conosciuti i Maxophone hanno scritto una delle pagine più interessanti della storia del prog italiano.

L’unico grande difetto (oltre la presenza di cori in falsetto, i miei nemici da sempre) è stata la data di uscita del loro primo complesso album: 1975. Un po’ tardino per il prog classico, ma i Maxophone a ben ascoltare non erano mica così classici.

Esperti musicisti con una sensibilità davvero particolare, tale da unire in alcuni momenti King Crimson a Supertramp! Il loro primo e unico album è davvero un ponte di passaggio che decreta la fine dell’epoca underground del prog, spostando l’attenzione su un piano più pop che lentamente invece che liberare il prog dalle catene della tecnica fine a se stessa lo trasformerà in una parodia di se stesso.

Uno degli album italiani che ho amato di più, a diciott’anni mi sono bruciato il cervello ad ascoltarli notte e giorno.

  • Voto: 7,5/10

pierrot_1[1]Pierrot Lunaire – Pierrot Lunaire (1974)

Ma che sto ascoltando?
Ma siamo scemi?
Più o meno fu questa la mia reazione all’ascolto del primo album dei romani Pierrot Lunaire, una band che mi ha scombussolato le interiora.

Le impressioni che compongono questo esordio sono come appena appena accennate, molti pezzi per qualcuno potrebbero addirittura sembrare incompiuti, siamo lontanissimi dalle tinte hard dei J.E.T. o dalla profusione tecnica dei Seconda Genesi, il romanticismo dei Pierrot Lunaire però non è mai ampolloso ma sempre ben calibrato.

Magnifico quando modesto, questo è un album che dispregia il prog auto-referenziale e si produce in 12 pillole di soft-rock fuori dal tempo.

Un disco che dal ’74 ad oggi non è invecchiato di un giorno.

  • Voto: 7/10

cover_3392117102008Museo Rosenbach – Zarathustra (1973)

Io credevo fosse un classico ormai talmente conosciuto da essere annoverato tra i grandi capisaldi del prog italiano, ed invece trovo molti, sopratutto giovani della mia età, che ‘sti Museo Rosenbach non sanno proprio a quale parrocchia appartengono. Eppure nelle live vedo sempre un sacco di ragazzi… mah…

Comunque credo non ci sia molto da dire su questo album, ormai quasi più leggenda che altro.

I Museo Rosenbach sono sempre stati perseguitati dalla sfiga, prima tacciati di fascisti nel ’72 (il che potete immaginare cosa potesse significare in termini di apprezzamento in un circuito spartito da comunisti e catto-comunisti), poi dimenticati in Italia, successivamente rivalutati quando ormai l’unica cosa che riescono a fare è riproporre sistematicamente questo album e nient’altro.

Mi ripeto, non c’è nulla da dire su un monolite così, compratelo di corsa e non rompete il cazzo.

  • Voto: 8/10

Anche per stavolta abbiamo dato, nel prossimo capitolo di questa trilogia sul prog italiano vi consiglierò qualche pezzo notevole magari non sempre incastonato in dischi indimenticabili.

Alla prossima, feccia!

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16 risposte a “Alla riscoperta del prog italiano

  1. Anch’io li conosco quasi tutti, ho 22 anni e mi sto appassionando al prog italiano. E visto che parli di riscoperta ti segnalo questo libro, terzo grado, edito dalla Tsunami Edizioni. Mi sono avvicinato al genere leggendo il libro di Mox, soprattutto quando ha citato che un gruppo italiano era simile agli Iron Maiden. E da lì ho usato il tubo per ascoltare un fottio di roba. Ma qua su terzo grado leggo cose che non conosco affatto, nomi mai sentiti!!! Ma esistono??? Allora poco fa, dal ritorno dall’uni, ho messo nel carrello su Amazon.it questo libro che mi sembra bellissimo!! Leggi qua!! Ma quanto cazzo di roba c’era in quegli anni? Dio santo che tempi.

    http://www.longliverocknroll.it/terzo-grado-indagine-sul-pop-progressivo-italiano/

    • Delle prime due parti di “Terzo Grado – Indagine sul Pop Progressivo Italiano” conosco tutte le band, della terza invece ne conoscerò giusto una decina, però non sono mai stato un fanatico del completismo viscerale. Di sicuro per chi li ha vissuti sono stati anni piuttosto frizzanti, va detto però per onestà intellettuale che i dischi rock davvero interessanti erano pochissimi in confronto alla massa disumana di uscite all’anno, gran parte delle band italiane dal beat fino agli novanta hanno vissuto sulle spalle della musica americana e inglese (per il prog quest’ultima in particolare), proponendo poche idee veramente originali.

      • Ti contraddico in parte GENERICAMENTEGIUSEPPE…. come dicevo prima rispondendo a MARCO sono stato a trovare uno dei due autori di TERZO GRADO presso il suo CENTRO STUDI (io sono della prov. di GENOVA, lui sta nell ALESSANDRINO…quindi 2 passi) e proprio per essermi innamorato di quel capitolo di stranezze musicali ho chiesto se potevo ascoltare brani mai sentiti o inediti li presentati. Ti assicuro che roba come Exodus, Mensa Comunale, Badams, Reportage e altri cheora non ricordo sono pezzi notevoli tanto come gruppi famosi e apprezzati. Roba da comlpletisti viscerali? Non credo…..piuttosto roba che meritava di essere scoperta! Idem per il 45 giri accluso al libro, davvero notevole e gemma rara e preziosa. Il cruccio e’ che quei dischi rari trattati (non parliamo degli inediti, quelli li hanno solo loro!) non si possono ascoltare ed avere!PECCATO! LIBRO FENOMENALE!!!!!!!!!

    • ciao,grazie per la segnalazione che ho visto 2/3 giorni dopo il tuo post, MARCO! Ho acquistato ankio TERZO GRADO INDAGINE SUL POP PROGRESSIVO ITALIANO, pero’ ho optato per l’edizione limited conil 45 giri degli Hellua Xenium,davvero introvabile! Non conoscevo molti dei dischi assurdi citati! Non contento di cio’ ho contattato l’autore Marino e sono passato a trovarlo (haun archivio museo adirpoco allucinante e pieno di cose sul beat e prog) ho preso le sue riviste STORIE DI GIOVANI POP e BEATI VOI! (che tu conoscerai bene) di cui ho fatto e sto facendo scorpacciate,dato che sono piene di dischi strani, interviste e altre cose sulle bands italiane pischedeliche, beat e progressive. FAVOLOSO, saro’ pigro io che non cerco mai ste cose su web, ma se non era x il tuo messaggio non l’avrei mai scoperto! Grazie!

    • ciao,grazie per la segnalazione che ho visto 2/3 giorni dopo il tuo post, MARCO! Ho acquistato ankio TERZO GRADO INDAGINE SUL POP PROGRESSIVO ITALIANO, pero’ ho optato per l’edizione limited conil 45 giri degli Hellua Xenium,davvero introvabile! Non conoscevo molti dei dischi assurdi citati! Non contento di cio’ ho contattato l’autore Marino e sono passato a trovarlo (haun archivio museo adirpoco allucinante e pieno di cose sul beat e prog) ho preso le sue riviste STORIE DI GIOVANI POP e BEATI VOI! (che tu conoscerai bene) di cui ho fatto e sto facendo scorpacciate,dato che sono piene di dischi strani, interviste e altre cose sulle bands italiane pischedeliche, beat e progressive. FAVOLOSO, saro’ pigro io che non cerco mai ste cose su web, ma se non era x il tuo messaggio non l’avrei mai scoperto! Grazie!

  2. Ciao, concordo in pieno sulla grandezza dei Jumbo e che D.N.A. sia uno dei più grandi album italiani (e non solo) di sempre. Una sola puntualizzazione, non è il primo album dei Jumbo, ma il secondo 🙂

  3. Bell’articolo. Mi complimento. Vedendo gli altri post dei visitatori anch’io mi unisco al coro degli appassionati che hanno letto TERZO GRADO INDAGINE SUL POP PROGRESSIVE ITALIANO. Ho avuto modo do comprare ad una fiera del disco il libro in edizione speciale (quello col 45 giri DILUVIO. degli Hellua Xenium e Lydia) e sono rimasto sbalordito. Mi sono anche preso quindi le riviste realizzate dall’autore del libro, anche quelle a dir poco strepitose e con veste grafica ancora più bella. Sviscerare e mettere a nudo così il pop progressive italiano è manna per noi aficionados. Devo ammettere che c’è sempre da imparare e (finalmente) da esperti e professionisti del settore. Poi grazie anche al lavoro fatto su questo blog.un bell’articolo fatto con cura e dedizione. Farai altre puntate? E quando? Un saluto.

    • Ehilà, scusami se ti rispondo così tardi ma il ponte di questi giorni mi ha assorbito in una spirale alcolica dalla quale mi sto riprendendo adesso. Mi sarebbe piaciuto fare altre puntate di questo delirio prog, ma non ho molto tempo libero da dedicare a questo stramaledetto blog. Avevo iniziato l’anno scorso (verso Ottobre) a scrivere un post sul rapporto tra la scena prog italiana e la politica, come un altro sulle differenze tra prog italiano, ‘merigano, inglese, tedesco e est europeo, però poi tra una stronzata e l’altra, il lavoro, lo studio e amenità varie sono rimasti incompiuti.
      Magari li riprenderò in queste prossime festività.

  4. Boh, comunque in “Il prete e il peccatore” dei J.E.T. io sento una modesta puzza di plagio a Echoes dei Pink Floyd (che probabilmente avrà ispirato Andrew Lloyd Webber a fare lo stesso per Il fantasma dell’opera), ma probabilmente sono solo io che sono rincoglionito (del resto sono lo stesso che in Space Monkey di Patti Smith sente la doppiatrice italiana di Lisa Simpson quando si arrabbia e che in un’altra canzone di Patti sente dei razziatori di Mass Effect in sottofondo.

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