Pink Street Boys – Trash from the Boys

pink_street

Loudest band in Iceland
(dal profilo Facebook della band)

We are garage rock. We are not trying to be garage rock, but we come to this scene because we are loud and obscene and we are not hardcore.
(Axel Björnsson, membro dei Pink Street Boys)

Ho sempre pensato che un’isola che venne scoperta da un tale Naddoddr non potesse che produrre metal a fiotti (lo stesso “Naddoddr” è un nome praticamente perfetto per qualunque band metal), ed invece nella sperduta Islanda, precisamente nella fredda Reykjavik, è nata la Lady Boy Records, una delle etichette più interessanti e intraprendenti di tutto il panorama europeo.

Con un catalogo ancora limitatissimo, dove si trova tanta avanguardia e curiose creature, c’è pure spazio per una stranissima band garage, forse la più atipica che abbiate mai sentito girare sul vostro piatto, i Pink Street Boys.

Ho smesso da tempo di fare le recensioni pezzo per pezzo, anche perché perlopiù inutili, ma in questo caso vale la pena di spenderci del tempo.

Già dalla prima traccia questo “Trash from the Boys” colpisce per la sua incompatibilità con tutta la scena garage psych contemporanea. Che cacchio sarebbe Up in Air? Sembra un sogno ad occhi aperti di White Fence, finalmente non apatico ma felice di questa vita tra Syd Barrett e album (i suoi) mediocri. Si percepisce dalla spigolosità degli interventi chitarristici la derivazione psichedelica, mentre la melodia sembra rubata ad un film Disney mai uscito perché troppo lisergico per dei bambini.

Il garage vero e proprio arriva subito con il secondo pezzo: Sleazus, con un pizzico di hardcore e la costante sensazione che qualcosa non quadri. È come se una band scesa da Marte si fosse appassionata di Shadows, Thee Oh Sees e Soft Boys, decidendo di tradurli nel loro linguaggio musicale.

La stessa cosa vale per Drullusama, Body Language e Warrior, la band riscrive a suo modo i canoni estetici del 90% delle band garage a giro in questo momento, ribaltando l’esigenza pop della Burger Records attraverso una commistione di sperimentazione e… boh, “spirito islandese”? In fondo Body Language potrebbe essere un pezzo di Ty Segall e Mikal Cronin, ma la volgarità del suono e dell’esecuzione manca effettivamente ai due californiani, più legati alla tradizione e quindi più prevedibili.

Persino Warrior sembra uscita fuori da “Floating Coffin”, l’ultimo album della madonna dei Thee Oh Sees, ma è come lo avrebbero suonato una cover band dei Residents!

Get Away è un altro tributo ai Thee Oh Sees, stavolta più fedele e legato all’acustico “Castlemania”.

In Psilocybe Semilanceata si percepisce il vento freddo fuori dalla sala di registrazione, mentre l’alcol scorre lento nelle vene, e una musica calda e acida inebria i nostri sensi, in una lenta spirale certamente disorientante ma dolcemente piacevole.

Kick the Trash Out è un minuto e mezzo di garage abrasivo, dove l’estetica dei Thee Oh Sees viene piegata a piacere della band.

L’attacco di Kassastarfsmaður probabilmente farebbe piangere d’invidia il buon Dwyer, cazzo è proprio quello che ci aspettavamo da “Drop” dei Thee Oh Sees, un passo avanti verso la psichedelia e un suono più disorientante, meno attenzione al pubblico e più al rumore, al fastidio.

Ecco, i cinque minuti di Korg Madness (il titolo è pienamente rispettato, fidatevi) valgono l’acquisto di questo “Trash from the Boys”. Non c’è un tentativo né di autocompiacimento né di compiacere il pubblico ormai frastornato, i Pink Street Boys si lasciano trascinare dalla marea travolgente del suono, ripetitivo, artificiale, come dei Kraftwerk sotto anfetamine. È circolare come Blow Daddy-o dei Pere Ubu, ma invece che inquietare aliena, ma è un’alienazione dolce, che sa di bourbon e neve.

La chiusura dell’album con Fautar non aggiunge molto al resto e suona come un riempitivo non ben nascosto.

Il quadro che ne esce fuori è piuttosto omogeneo, se non consideriamo l’apertura e la chiusura dell’album. Un garage sicuramente potente e ignorante, come vuole la tradizione, ma con una tocco particolare, unico, a tratti tremendamente glaciale, in altri quasi sperimentale.

Un album veramente curioso, ci ho trovato cose tremendamente banali e alcune stupefacenti, alla fine della giostra ascoltarlo mi diverte, è come un giocattolino rotto a cui ti sei affezionato senza un preciso motivo.

Per lasciarvi anche a voi col sorriso vi consiglio di leggere questa intervista ad uno dei membri della band, per il resto vi lascio con il lettore bandcamp qua sotto con tutto l’album e una stupefacente live con tanti pezzi ancora inediti.

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