Muddy Mama Davis – In Vulva

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Seguo la pagina Bandcamp della Siamo solo noise Records dal Dicembre 2013, ovvero da quel “SUK Tapes and Sounds from Porta Palazzo” che reputo seminale per una buona parte della scena occulta italiana. Questa etichetta torinese negli ultimi due anni ha pubblicato un po’ di tutto, da album registrati nel cesso alla drone più abrasiva, con una coerenza anti-hipster da applausi e scorregge a scena aperta.

Qualche giorno fa (credo fosse giovedì, ma sembrerebbe che l’alcol non aiuti a orientarsi nei giorni della settimana) hanno messo sul sito uno split che mi ha svegliato dal torpore esistenziale provocatomi dall’ascolto continuativo di garage rock senz’anima.

Leggo «Muddy Mama Davis» e chi cazzo è? Dopo cinque minuti le mie sinapsi umide di bourbon cominciano a saettare del puro piacere, tradotto istantaneamente dai timpani fracassati dai decibel in libertà. Il suo piglio blues è elettrico come quello del Muddy Waters di “Electric Mud”, il suo garage rock è spietato e osceno come quello dei Troggs, questo tipo, questo Muddy Mama Davis, sembra spuntato fuori da una Detroit italiana sotterranea, per carità l’altro rocker con cui divide lo split, tale Tab_Ularasa, spacca di brutto, sia chiaro, però l’avrò ascoltato giusto due o tre volte, niente in confronto alle centinaia di riproduzioni che hanno reso MMD il rocker più odiato dai miei vicini nell’arco di un pomeriggio.

In questo split MMD ci butta dentro tutto il suo EP uscito nel 2013, “In Vulva”, 12 minuti scarsi di pura attitudine punk, senza troppi girigogoli e senza la benché minima autoreferenzialità – messaggio ai garage rocker italiani: solo perché non suoni quella merda degli Stato Sociale non vuol dire che sei Iggy Pop, cristo, smettetevela di tirarvela!

Infatti Vorrei essere un indie rocker va dritta al dannato punto, ovvero lo sfottere tramite La Musica e non tramite Facebook, e senza il bisogno di mandare l’altro a cagare ma definendo la propria diversità rispetto a quell’altro («Vorrei essere un indie rocker/ ma non lo sono»). Questa è attitudine cari miei.

Ok, “In Vulva” sono “solo” 12 minuti, ma vuoi mettere 12 minuti senza sentire qualcuno LAMENTARSI perché questo paese fa schifo o perché la squinzia del piano di sotto non gliela dà? Quanto è eccitante potersi sentire un album con la presenza di almeno una chitarra elettrica senza la continua sottolineatura di quanto uno è punk duro-e-puro?

Ho rotto gli occhiali da sola mastica e digerisce buona parte della produzione garage californiana, ormai edulcorata dal verbo Burger Records, orfana dei loro perversi padri fondatori (Troggs, Kingsmen, Stooges, Sonicsormai rincoglioniti). Lo steso discorso vale per Calogero, ma qui ci si scontra con un garage blues che ricorda la chitarra di Jack White nei primi due album dei White Stripes, il tutto condito da delle liriche piene di giocoso nonsense.

Però in questo breve EP c’è un capolavoro, un pezzo che merita di entrare nella vostra collezione (che sia in CD o digitale fregacazzi) : Corona (la grande fuga).

Per Massimo Recalcati, come spiega a Christian Raimo nel libro-intervista “Patria Senza Padri” (Minimum Fax, 2013), Fabrizio Corona è un maître-à-penser dei nostri tempi, capace di svelare la tensione verso l’eterno godimento dell’italiano medio (rappresentato dai vari Lele Mora, Berlusconi e compagni di zoo vari), e in Corona (la grande fuga) MMD non è poi così lontano da questa interpretazione.

Prima costruisce la fuga di Corona (fra l’altro: geniale la citazione a Ai Se Eu Te Pego! nella bocca del capo della DIGOS portoghese) con una furia garage delirante e surrealistica, infine trasforma le sue fotografie, quei quadri dove l’osceno desiderio di una erezione eterna e la dissolutezza non libertina ma nichilista vengono ritratti senza filtri, in uno degli inni punk più belli di sempre «c’è Simona, la cocaina, Bobo Vieri e i pugni in faccia, i bocchini a Lele Mora mentre Coco va coi trans, Trezeguet con le puttane, Gilardino è omosessuale? a Marazzo piace il cazzo e a Sircana… piace il cazzo»

Niente politica intesa come propaganda, niente riflessioni sulla crisi economica, niente canzoni d’amore tossiche (credo che ne escano dieci al giorno, non è figo, è solo banale, fatti ‘sta spada con la tua donna senza necessariamente tradurla in un 4/4 pseudo-esistenziale, grazie), fare garage è un’arte diretta che fa dell’autenticità il suo unico vessillo. E quel gran cazzone di Muddy Mama Davis ci riesce alla grande.

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