Young Marble Giants – Colossal Youth

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Secondo il più celebrato e rompiballe critico rock, Simon Reynolds, il loro post-punk era meglio persino di quello dei Pere Ubu, per Geoff Travis, capoccia della Rough Trade in quel periodo di fermento new wave tra la fine dei ’70 e l’inizio dei sintetici ’80 erano il gruppo di punta della leggendaria etichetta, hanno fatto solo un album e sono un trio di gallesi senza batterista.

Chissà se persino oggi Stuart Moxham, leader della band, pensa ancora che Alison Statton, la ragazza di suo fratello Philip nonché cantante della band proprio per questo, non meriti di stare al primo posto della classifica del New Musical Express del 1980. Chissà cosa avrà provato il leggendario John Peel quando il 18 agosto dello stesso anno i Young Marble Giants, questo improbabile trio che si ribellava all’egemonia punk, lo stesero con un’ondata di post-punk intimista, quei suoni scarni, quella voce così normale, quei testi così ricercati. Gli ci volle un bel po’ a Peel per togliere dalla sua personale heavy rotation Final Day, una vera e propria anti-hit dal sapore apocalittico.

Se fossi un bravo recensore vi sviscererei ogni singolo pezzo di questo monumentale album, l’unico di questa straordinaria band, ma l’unica cosa vagamente musicologica o critica che riesco a formulare mentre ascolto “Colossal Youth” è una semplice, banale, parola: cazzo.

E non è una questione di eccitazione sessuale, la stessa che mi prende quando parte T.V. Eye degli Stooges o Eptadone degli Skiantos, lì è il fuoco sacro del rock che straborda dai vasi capillari, qua è tutta un’altra cosa. La musica dei YMG mi lascia sempre senza fiato, al massimo riesco a sussurrare un fievole cazzo mentre mi stendo sul letto, completamente perso in quelle liriche dirette a me e a me soltanto, quel ritmo così new wave senza pretese artistoidi, quel rock che ti penetra dentro senza urlare nemmeno una volta.

Parte la batteria elettronica, ineluttabile come un metronomo, la segue la chitarra di Stuart Moxham imitandola, arriva la voce di Statton, fredda ma non distaccata, poi il basso minimale di Phil Moxham, una melodia rarefatta, quasi impercettibile, rock scarnificato da ogni pelle nera o bianca che sia, altro che la de-evoluzione dei Devo, nei soli 3 minuti di Searching for Mr. Right c’è tutto il post-punk nella sua definizione più nobile, quel passo avanti che razionalizza le paturnie nichiliste di Iggy Pop e dei Ramones in un sound compatto e in delle liriche consapevoli.

Non ci sono abbellimenti, non c’è niente in più, nemmeno un inizio ed una fine degna di questo nome, gran parte dei pezzi partono con un ritmo dettato dalla batteria elettrica (rudimentale e limitata) e nello stesso modo si chiudono, “Colossal Youth” è un album che prende in esame il particolare, le cose che ci sono nel mezzo fra quelle “importanti”, non vuole essere esaustivo, al massimo accenna, i pezzi sono tutti cortissimi, essenziali.

La presenza di un organo e di un pezzo dedicato al grande Booker T. non devono far storcere il naso, questo disco nella sua compattezza sonora si districa tra i generi più diversi, come ho detto prima qua si nega ogni influenza, si possono percepire vaghi rimandi al kraut rock, sicuramente ad Alan Vega, la chitarra di Moxham riesce ad evocare Robert Fripp come Duane Eddy, eppure quello che ne viene fuori è unico, irripetibile e decisamente magnetico.

Brand-New-Life è uno dei riff più belli di tutto il post-punk, ai livelli di Non-Alignment Pact dei Pere Ubu o di Natural’ Not In It dei Gang of Four, il giro d’organo in Ode To Booker T. (traccia aggiunta nella ristampa) è pura perfezione estetica, Choci Loni è un surf rock post-apocalittico di pregevole fattura, Include Me Out ha una delle più belle sequenze batteria-chitarra-basso della storia.

Uscito a Febbraio del 1980, “Colossal Youth” è uno dei capolavori del rock, un album che spruzza modestia e stile da tutti i pori, musica pensata per chi non vuole solo stordirsi a suon di riff gonfiati di decibel, ma pretende qualcosa di più.

E l’immancabile Peel Session:

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