Sul perché i Queen fanno cagare. Un’indagine su ciò che ai critici non piace

Had to make do with a worn out rock and roll scene
The old bop is gettin’ tired need a rest
Well you know what I mean
Fifty eight that was great
But it’s over now and That’s all
Somethin’ harder’s coming up
Gonna really knock a hole in the wall
Gonna hit ya grab you hard
Make you feel ten feet tall
Queen, Modern Times Rock ’n’ Roll, 1973

L’approdo dei Queen sulla scena rock britannica non fu dei di più dirompenti. Persino Brian May, chitarrista e principale compositore della band, era un po’ amareggiato dal risultato, considerando le promesse che veleggiavano intorno alla band. L’album d’esordio contiene giusto un paio di hit (Keep Yourself Alive e Seven Seas of Rhye) ma alla critica suona come decisamente troppo derivativo, crasi confusa dei maggiori successi di classifica tra il 1971 e il 1973. Certo, oggi ci ricordiamo esclusivamente delle belle recensioni che li proiettavano come i “nuovi Led Zeppelin”, ma nell’ambiente non erano proprio tutti d’accordo sulla faccenda. Messo sul piatto sembrava che Steely Dan e Mott the Hoople si fossero messi d’accordo per una jam session dove a discapito degli elementi che li caratterizzano, restava solo il testosterone in primissimo piano. Questo si declinava attraverso un patinato glitter-rock alla Slade, disciolto nel pop smielato e stratificato di band come Raspberries e 10cc, senza rinnegare del tutto la lunga gavetta prog sulla scia degli Yes, un bel miscuglio di cose che sicuramente esprimevano una certa ambizione, ma dal quale non si riusciva a comprendere in cosa consistesse la supposta originalità della band. Nel pieno dell’estate del 1973, mentre a Belfast la tensione era alle stelle e alla TV si seguiva la cronaca del rapimento del nipote di Paul Getty, nessuno sano di mente avrebbe scommesso che quell’accozzaglia di generi stereotipati dal buffo nome di “Regina” in pochi anni avrebbe raggiunto un successo planetario, raccogliendo centinaia di milioni di fan ai loro concerti, conquistando una popolarità inaudita e che infine sarebbe stata assunta a divinità pop leggendaria. Ma se la critica rock ha spesso rivalutato artisti che aveva inizialmente giudicato negativamente (come nel celebre caso Rolling Stone-Led Zeppelin o quello Lester Bangs-Stooges) con i Queen non è proprio andata così, all’inizio infatti c’era sincera curiosità quando non proprio dell’entusiasmo, calato all’improvviso con l’affacciarsi dei primi successi planetari. 

Ma i critici hanno ragione o torto a stroncare album amatissimi come “A Day at the Races” o “Jazz”? Quand’è che il successo diventa una colpa a priori e quando invece è il successo stesso che spegne la vena creativa? Non è facile valutare il giudizio critico in un genere come il rock, che è ancora piuttosto “giovane” e al quale manca come in pane una visione storiografica di sé, del suo tracciato e delle sue deviazioni, per questo non ho delle risposte pronte, ma vorrei tentare di sviscerare la questione un po’ a braccio, senza la pretesa di scoprire il Santo Graal, ma giusto per capire da dove derivino certe prese di posizione della critica rock, quali siano le cause e dunque anche quali siano gli effetti. 

Popolare, ovvero mediocre

This is, my darlings
You seem to know the show better than we do
No, “Liar” doesn’t come right now
There’s something else from the first album
Do you remember that one?
Queen, Bring Back That Leroy Brown, 1975

Si dice spesso che «mediocre» è ciò che «sta nel mezzo», «la media», ma questa è solo l’origine della parola. Oggi «mediocre» possiede esclusivamente connotati negativi, ciò che è «mediocre» è dozzinale, scadente o alla meglio modesto. Però torna bene utilizzarlo nella sua accezione originale perché non c’è niente di più gustoso per un critico che sparare a zero sul pubblico generalista. Se piace alle persone significa che è un prodotto che scende a troppi compromessi, per cui di sicuro non può possedere particolari qualità – questa almeno è la vulgata. La verità è che nel gusto medio troviamo ciò che la critica si ostina a dividere in “alto” e “basso”, mescolato in modo apparentemente irreversibile. Questo non significa che Il giovane Holden e Cent’anni di solitudine abbiano lo stesso valore perché hanno venduto più o meno le stesse copie, significa che le storie che contengono hanno colpito moltissimo l’immaginario collettivo, e per questo motivo sono meritevoli di essere analizzate, di essere criticate.

Reitero quest’ultimo concetto per non essere frainteso: non sto dicendo che il gusto popolare equivalga al gusto particolare dell’appassionato. Ovviamente il nuovo film degli Avengers avrà più successo dell’ultimo film di Sebastian Schipper o di Kim Jong-kwan, ma è una banalità, il critico deve tenere conto di entrambi ma capire che esistono diversi livelli di interpretazione, perché le urgenze espresse in un blockbuster non sono le stesse di un film pensato per persone che sono interessate a giocare con la grammatica dei film. Ma la qualità del prodotto non è direttamente o indirettamente proporzionale al suo successo o al suo grado di “complessità”, semplicemente è indifferente a questi peculiari parametri di natura strettamente sociale.

Faccio un esempio, ma mi serve per ribadire un punto: sebbene non sia un album di successo ma anzi un piccolo cimelio di culto, “An Electric Storm” dei White Noise è comunque un monolite della storia della musica contemporanea, non solo per la presenza di Delia Derbyshire, David Vorhaus, Brian Hodgson e Paul Lytton nello stesso pezzo di plastica nera, ma per l’impatto che ha avuto sugli artisti che lo hanno ascoltato e poi tradotto e infine declinato nella musica elettronica e di avanguardia dell’ultimo mezzo secolo. Non c’è dubbio alcuno per un critico rock di media stazza (o XXL come me), cresciuto a pane e Stooges e birra in lattina che sanno di lattina, che tra “A Night at the Opera” e “An Electric Storm” il secondo sia un vero capolavoro, mentre l’altro no. Entrambi gli album hanno avuto una grande influenza sulle scene successive, ma è ovvio e scontato che l’influenza dei Queen è derivata dal successo e non dalla originalità delle idee. Nella musica questo accade spessissimo, la popolarità è un veicolo di idee eccezionale, per cui sappiamo di per certo che è molto più probabile che un ragazzo nato nel 1990 abbia conosciuto il punk grazie ai Green Day e non dai The Saints, ma questo non ha niente a che fare col giudizio critico in merito alle due band.

Se nel 1973 i Queen erano un miscuglio di ciò che infiammava le classifiche, quando la classifica invece la scavalcarono tutta per la prima volta non erano poi così diversi, almeno nelle premesse. “A Night at the Opera”, uscito nel 1975, conquistò il mercato inglese e nordeuropeo portando alle estreme conseguenze il glam-hard-rock più pop, assecondando le lunghe progressioni che avevano già impressionato altre band dal notevole successo commerciale (come Rush, Led Zeppelin e Pink Floyd), riprendendo efficacemente l’hard rock glitterato di Kiss, Aerosmith e Bad Company, ma saturandolo fino all’inverosimile (I’m In Love With My Car). Senza mettere da parte i vaudeville e l’ironia inglese (Seaside Rendezvous, Lazing On a Sunday Afternoon) i Queen stavolta non sono più solo Brain May, ed è questa la vera chiave di volta del loro successo. Dobbiamo altresì prendere il considerazione che i due album precedenti, “Queen II” e “Sheer Heart Attack”, erano contenitori di veloci canzonette meno coese tra di loro, che spaziavano da hit tipo Killer Queen a mescoloni a-là Zappa come Bring Back That Leroy Brown, e scavando con attenzione si potevano ammirare alcune intuizioni davvero peculiari, come nel riff psichedelico in pieno stile Brian Jonestown Massacre di She Makes Me (Stormtrooper In Stilettos). Erano però dischi molto, troppo ondivaghi, senza idee chiare e pieni di cliché dei seventies (come gli insopportabili testi fantasy che infestano “Queen II”). 

Cosa cambia con “A Night at the Opera”? Che i Queen non sono più una versione confusa e un po’ sopra le righe di Steely Dan e Slade, ma riescono a stare accanto (in classifica) a musicisti di grande successo come Ted Nugent e David Bowie con il loro stile finalmente personale, riconoscibile, dotato di una narrativa sull’adolescenza e i suoi tumulti che li caratterizzerà per tutta la loro vita discografica. La musica è atroce, smielata quando non carica di un titanismo caricaturale, ma funziona, funziona alla grande. “A Night at the Opera” mette finalmente in primo piano i virtuosismi di Freddie Mercury (come nell’assolo di The Prophet’s Song), e trova anche una quadra intorno alle ballad zuccherine che d’ora in poi saranno il cavallo di battaglia della band inglese (Love of My Life farà da capostipite per le successive). Le canzoni dei Queen descrivono amori adolescenziali e rancori giovanili attraverso liriche pompose e una musica che rende ogni banalità una cavalcata epica verso l’universalità (o più precisamente la genericità). Ciò che lascia interdetti i critici è proprio la superficialità dei contenuti, venduti attraverso composizioni manieriste e leziose. Ciò che invece convince il pubblico è l’autoironia e la trasparenza della band, con cui si riscopre un rock più leggero, legato spiritualmente a quello degli anni ’50 (che May conosceva a menadito), un rock liberatorio, melodico, da cantare sotto la doccia a squarciagola, che non ha timore nel prendersi in giro.

Il tradimento deontologico

What do you know
What do you hear
On the radio
Coming through the air
I said Momma
I ain’t crazy
I’m all right, all right
Hey c’mon baby said it’s all right
To rock’n’roll on a Saturday night
Queen, Rock It (Prime Jive), 1980 

La tumultuosa relazione tra la critica e la band trovò il suo picco drammatico nel 1980. Dopo anni in cui i Queen ad ogni intervista rimarcavano la propria genuinità legata all’uso di certa strumentazione e della resa dal vivo, eccoli scendere al peggiore dei compromessi immaginabile: l’uso di un sintetizzatore! Se ancora resisteva una critica rock che non voleva togliersi di dosso la salsedine degli anni ’70 e dunque li rispettava a partito preso, dopo il giro di boa degli anni ’80 gli ci vorrà un nuovo decennio per riammetterli nel pantheon degli intoccabili. Ci sono pochi album nella storia del rock peggiori di “The Game” a mio avviso, ma al tempo stesso ci sono pochi album degli anni ’80 così azzeccati, così intelligenti nell’assecondare i gusti e le manie del rock mainstream di quegli anni. I giri di basso di Another One Bites the Dust e Don’t Try Suicide ti entrano in testa peggio di un «memento mori», i riff spezzacaviglie di Dragon Attack e Rock It (Prime Jive) sono la summa definitiva del rock testoteronico degli anni ’70 che tanto anelava di essere splendido come quello degli anni ‘50, e le ballad super-epiche di questo album farebbero piangere qualsiasi mamma dai quaranta in sù (Save Me, Sail Away Sweet Sister). “The Game” è la rappresentazione plastica di tutto quello che la critica rock odia, melodismo a tutti i costi, epica del quotidiano senza un significato sociale riconoscibile, sovraincisioni perché sì, canzoni d’amore con gli stessi testi di Gianni Bella però cantanti in inglese, zero creatività ma un eccezionale sesto senso per i ritornelli da accendino in mano. 

Con “The Game” i Queen si lanciarono verso una vera e propria brandizzazione della propria proposta musicale senza più freni inibitori, da lì in poi qualsiasi intuizione che uscirà fuori da canoni delle classifiche verrà spazzata via dagli album, pienamente coesi, ma anche molto più scadenti. Gli anni ’80 dei Queen sono un’interminabile sequenza di canzoni-inno come Radio Ga Ga, Friends Will Be Friends e I Want It All, alternate dalle solite ballate, ripetendo un canone che non è più stile (per quanto criticabile) ma una tragedia internazionale, infestando le radio di tutto il mondo di canzoni tutte uguali, dove tutti sono amici di tutti, dove tutti amano tutti, e dove tutti piangono sulle spalle di tutti e via così in un grande oceano di amore, pettorali villosi e riccioli catarifrangenti. Ciò che colpisce è l’alienazione dei Queen nei confronti di tutto il rock, dopo aver passato un decennio rincorrendo le mode, i Queen scoprono la formula stilistica che gli permette di fare il tutto esaurito ad ogni tour, e così smettono anche solo di provarci. 

Se era improbabile che i Queen virassero verso il post punk, magari impressionati dai due dischi dei This Heat, bisogna anche dire che in confronto a band di comunque buon successo come Cure, Echo & The Bunnymen, Smiths, Depeche Mode, che arrivavano in classifica con una certa frequenza, i Queen sembravano ormai vecchi di cent’anni, residui di un rock da stadio che troverà la sua consacrazione nel Live Aid del 1985. 

Ma perché ai Queen è stato imputato un’immobilismo inaccettabile quando altre band come i Pink Floyd negli stessi anni non erano di meno? “The Wall” è giusto dell’anno prima e di certo non è “The Art of Walking” dei Pere Ubu in termini di innovazione delle grammatiche, oltre a questo è pieno di bruttissime ballad e assoli rompicoglioni. Ha goduto di un successo pesantemente superiore a quello di “The Game”, però guai a parlarne male, sebbene fosse non un «dinosauro», come si diceva all’epoca, ma un vero e proprio fossile! “The Wall” inoltre possiede tutti quegli aspetti che furono aspramente criticati in “The Game” dei Queen, l’ibridazione con la musica disco (in particolare nelle linee di basso), la profusione di melodramma sdolcinato, il ritorno ad una visione infantile del rock e del suo passato (nel caso dei Queen è un ritorno gioviale, mentre per Waters è un muro di suono da alzare contro la società capitalista – muro poi anche fisico che ne ha sovrapprezzato non poco il costo dei biglietti della tournée), ma se i temi trattati da Waters sono considerati “adulti” allora le questioni di forma vengono accantonate dalla critica “consapevole”. Non solo, “The Wall” è un concept a cui seguì perfino il film (il più brutto della carriera di Alan Parker), toccava insomma tutti quei tasti necessari a passare il test dell’autenticità.  

Ciò che i critici rock non vogliono accettare è che le banalità di Mercury e co. non siano poi così diverse da quelle di Waters (per fare un esempio di rocker al giro di boa negli anni ’80, destinato a ripetersi come un disco rotto da lì in poi), questo perché i Pink Floyd erano “impegnati”. Certo, i Queen sono rimasti celebri anche per qualche “scivolone”, come il concerto di Sun City in pieno Apartheid, eppure erano ben accompagnati da divi oggi pienamente redenti agli occhi della critica, come Elton John, Frank Sinatra e Rod Stewart. Credo che siamo di fronte ad uno dei cortocircuiti di certa critica rock, non tutta per fortuna, ma sicuramente di quella che si riconosce in un racconto ideologico oppure semplicemente filosofico della musica, che passa attraverso lo strutturalismo per finire sull’anti-capitalismo militante, per cui anche se fanno cagare gli stitici, gli album degli Scritti Politti devono essere belli perché alla fine citano Gramsci e Derrida. Il messaggio carica la musica di qualità altrimenti inudibili.  

Il messaggio

I don’t want to live alone, 
God knows, got to make it on my own
So baby can’t you see
I’ve got to break free.
Queen, I Want to Break Free, 1984

Quand’è che il concetto espresso in un disco è più importante della musica? Il fatto è che non dovremmo giudicare sempre allo stesso modo, usando una tabellina dove segniamo i punti tipo: 

  1. Quante band citano questo album come «fon-da-men-ta-le»? 
  2. Quanta attitudine c’è in questo album da Gary Glitter a Bo Diddley? 
  3. Quanto è suonato male (cioè bene, se sei un critico punk) e quanto invece è suonato bene (cioè male, se sei un critico punk)? 

La verità è che il mestiere del critico è difficile perché vive e respira nel presente, dove tutto è mutevole e i confini non sono mai chiari, il suo è un lavoro destinato ad essere superato dalla storia, presiede un ruolo un po’ sfigato che è quello dell’osservatore di fenomeni, e proprio per questo ha bisogno di una certa elasticità mentale, non di strutture e pregiudizi. Se è vero che un buon film non commette errori formali, è anche vero che un errore formale (voluto) può essere una cifra d’autore. Così come in un fumetto usare la sequenzialità in modo errato può evocare emozioni specifiche al lettore, oppure l’uso della digressione nella letteratura postmoderna invece che allontanare dal centro della narrazione diventa la narrazione stessa, eccetera eccetera, insomma: un bravo critico va al di là delle formalità e riconosce la qualità nella sua dinamicità.

I Queen non sono un granché, almeno per quanto concerne la summa del giudizio critico che storicamente si è finora espresso in merito, ma alcune delle caselle che vengono segnate per demolirli sono oggettivamente contraddittorie. Abbiamo visto come molti dei problemi che affliggono “The Game” sono gli stessi di “The Wall”, con la differenza del presunto impegno sociale e politico del disco-evento di Waters. Sono entrambi fuori tempo massimo, detriti di un rock anni ’70 che non ha più niente in comune con le nuove tensioni che scuotono le fondamenta del genere e che fanno nascere nuove etichette e nuove riviste (e quindi anche nuove firme) che segneranno una nuova generazione, spesso anche in netto contrasto con quella che l’ha preceduta. Se la differenza dev’essere che si preferiscono gli assoli di Gilmour a quelli di May allora sfondiamo nel campo del gusto e mandiamo in vacca ogni ragionamento critico, ma se il nostro desiderio è quello di spaccare il capello in due, allora ci sarebbe da notare come nella casella «impegno sociale» c’è tutto quello che ha reso i Queen un fenomeno di massa molto amato e decisamente poco divisivo per l’opinione pubblica. 

Ci dimentichiamo troppo spesso che i fenomeni pop non vanno letti e sviscerati con i paradigmi dei fenomeni prima musicali e solo dopo popolari. Ciò che ha reso Lady Gaga un’icona non è la sua abilità compositiva o la sua precisione nell’esecuzione dal vivo, ma i messaggi che porta con sé. Così fu anche per Madonna, così per Whitney Huston, Rihanna, e avete forse capito la china. Ovviamente a questo messaggio bisogna saper coniugare il giusto stile, il che è tutto tranne che banale, e dietro il successo di grandi hit pop esiste una consapevolezza compositiva eccezionale, frutto dell’incontro di più professionisti e non verticalizzando verso l’artista o la band fino al massimo all’ingegnere del suono, come nelle piccole produzioni. Il «messaggio», insomma, è forse uno dei concetti più ambigui dell’analisi critica in senso lato. Quand’è che il «messaggio» è valido? Quand’è che va censurato? Quand’è che è scomodo? Quand’è che è superfluo, ridondante? La problematicità che si nasconde nel «messaggio» è che questo è interpretabile in maniera molto soggettiva o attraverso precisi schemi estetici. Oggi non ci riconosciamo più nel «fardello dell’uomo bianco» eppure Kipling lo leggiamo ancora con piacere anche in molti suoi «messaggi» morali. Ogni «messaggio» necessita di contestualizzazione, e sopratutto deve trovare un equilibrio con la forma che lo contiene.

La musica di Whitney Huston non è facile. Per vendere tonnellate di album bisogna avere, come detto poco fa, una certa consapevolezza dei propri mezzi e di come la musica esprima le emozioni che ci rendono umani. La critica è sempre un po’ ambigua nei confronti della musica pop ben arrangiata e ben eseguita perché l’unica questione che gli rimane sul piatto è quella del «messaggio» che è potenzialmente molto subdola. Se è vero che Whitney Huston non esprime alcun «messaggio» interessante, cosa si può dire del 99% della produzione hard rock? Spesso è proprio sulla questione del «messaggio» che si creano dei precisi filoni di critica militante. Per Chuck Klosterman esiste poco che possa rivaleggiare con la musica dei Mötley Crüe, perché rappresentano (tra le altre cose) la necessità di un’intera generazione di prendersi meno sul serio e di rompere i canoni di maschilità imposti da un costrutto mediatico rimasto agli anni ‘50, al contempo per Simon Reynolds i Gang of Four sono fondamentali sopratutto per la loro prosecuzione di discorsi anti-machisti e marxisti che si rifanno ai collettivi all’epoca in lotta contro gli “stereotipi capitalistici” (tipo Art & Language), Lester Bangs vedeva negli Stooges la piccola garage band di provincia che si prendeva la sua rivincita e diventava Grande Rock. Insomma, a guardare bene per la critica è quasi sempre una questione di «messaggio».

Vi ricordo a questo punto del post che il suddetto non si titola: «Perché i critici hanno torto sui Queen» ma bensì: «Perché i Queen fanno cagare. Un’indagine su ciò che ai critici non piace», non sto difendendo i Queen o attaccando i critici, lo scopo di questa mia riflessione è toccare con mano le cause che soggiacciono al giudizio negativo. È difficile difendere i Queen, a meno che il giudizio non si basi sull’accettazione che la qualità della relazione tra «messaggio» e «forma canzone» nella band inglese sia di alto valore. Ma sappiamo che non è così. La forma nei Queen quando non è derivativa è statica, e il contenuto è sempre molto banale perché volutamente generalista. Per capirci meglio vorrei provare ad analizzare due pezzi della band, il primo dove la forma ancora si spinge con versatilità ma il contenuto è piatto, il secondo dove la forma ormai è rodata ma il contenuto è generalmente molto apprezzato. 

Queen vs. Queen

A couple of years ago lead singer Freddie Mercury performed in Nazi-fied Argentina in SS-style leather cap and leather shorts. Kinky, huh? But “Crazy Little Thing Called Love” was a good records.
Greil Marcus, “Nightlife”, Settembre 1982

Fight from the Inside è la traccia che chiude il primo lato di “News of the World” (1977), scritta, cantata e perlopiù suonata da Roger Taylor, che anticipa con il suo riff l’atteggiamento provocatorio che ritroveremo all’inizio del lato B (quella Get Down, Make Love omaggiata perfino dai Nine Inch Nails ed inserita come bonus track nella “remastered edition” del loro primo album). Al contrario del rock da arena che egemonizza il resto dell’album, Fight from the Inside è un pezzo più zeppeliniano, con i classici cambi repentini della premiata ditta Page/Bonham e una sezione ritmica in primo piano a discapito dei soliti momenti da «guitar hero», che in quegli anni erano obbligatori in un album rock da classifica. Siamo di fronte ad uno dei veri capolavori compositivi di Taylor, prima che firmasse quella sozzeria di Radio Ga Ga, ma dal testo apparentemente un po’ confuso e superficiale. È lo sfogo di un adolescente, che se la prende con gli idoli faciloni e i poster in camera, che odia lo star system, e può solo combattere questi mali “dall’interno”, qualsiasi cosa significhi. Il fatto è… che funziona! Il pezzo è rabbioso, le parole sono al posto giusto, la voce di Taylor è molto più funzionale a quella di Mercury in questo contesto timbrico, e trasmette una forte sensazione di ribellione adolescenziale. Non è di certo compito dell’artista dirci contro cosa ribellarci, spesso anzi si finisce a diventare delle macchiette anti-sistema quando si pretende con una canzone di svelare questioni sociali complesse (gli Skiantos ci hanno impostato parecchie delle loro canzoni demenziali contro un certo tipo di cantautorato “impegnato” politicamente, ma vuoto di fatti concreti). Taylor riesce a giustificare l’insofferenza adolescenziale mescolando generi in modo poco originale ma dall’effetto assicurato, dando al tutto un tono incazzoso ma non troppo, facendo sì che la forma sopperisse alle mancanze del «messaggio». Di certo non un capolavoro, ma una canzone che dimostra una certa elasticità compositiva, esposta però ad una genericità di contenuto inopinabile.

The Show Must Go On è la canzone che chiude il ciclo di più importante per i Queen, quello con Mercury come frontman, proprio a ridosso della tragica scomparsa dello showman (il successivo, “Made in Heaven”, vide i tre restanti membri della band completare il disco senza Mercury). “Innuendo” (1991) è un album che si è sedimentato nel cuore dei fan in particolare proprio per le prove di Mercury (I’m Going Slightly Mad, Don’t Try So Hard, All God’s People), quando più praticamente è semplicemente un profuso di riff orribili e fuori tempo massimo (I Can’t Live With You, The Hitman), certe idee sono talmente riciclate che non ci fai nemmeno un poggiapiedi dell’IKEA. Ma ciò che ha reso immortale “Innuendo” è proprio The Show Must Go On, considerato come il vero testamento di Freddie Mercury, in cui canta di maschere che finalmente cedono, di una vita appesa ad un filo, di uno spettacolo che deve continuare anche senza di lui. E già sarebbe qualcosa… se solo fosse vero! La canzone, canonicamente, è molto vaga e ambigua, le parole sono incentrato sulla solita epicità del quotidiano, e sia il testo che la musica non sono di Mercury, ma di Brian May. In pratica tutto il valore affettivo ed emotivo della canzone non è intrinseco al «messaggio» ma bensì alla sua riscrittura postuma e sentimentale da parte dei fan. Il contenuto sembra esserci, ma è più un lavoro dei fan che dei Queen, mentre la forma ormai è una caricatura si se stessa, impelagata nei suoi toni epici fuori tempo massimo, scaduti nella nostalgia.

Certo è che questo genere di dinamiche non sono esclusive dei Queen. I Led Zeppelin dal 1975 diventeranno una fabbrica di riff intensiva e poco altro, dopo “Back in Black” gli AC/DC si ricicleranno senza pudore, di casi praticamente identici ce ne sono a bizzeffe (qualcuno ha detto Lou Reed? Tom Waits? Eric Clapton?), ma delle volte nel critico cresce in modo irrefrenabile l’animo del fan, per cui “Blackstar” diventa comunque il disco del decennio sebbene proponga musica di vent’anni prima, perché al cuore non si comanda (anche allo stomaco, ma questa è un’altra storia).

Conclusioni

Non so se questa “indagine” abbia effettivamente senso, forse dovrei rileggerla prima di pubblicarla (come se ne avessi il tempo, se rileggessi quello che scrivo la già terribile cadenza di uscita di questi post sarebbe estesa all’infinito), però la ritengo un primo claudicante passo verso una direzione di introspezione nel processo critico. Mi capita molto spesso di mettere in crisi il mio giudizio, sopratutto dopo diversi anni, ma è difficile entrare nel merito perché è difficile auto-criticarsi davvero. Quante volte mi è capitato di giudicare positivamente un album per un elemento che avevo giudicato negativamente in un altro, solo per una predisposizione di metodo/ideologia? Il metal deve far cagare perché ascolto punk, oppure la disco deve far cagare perché ascolto il folk, assecondando pregiudizi che così inficiavano anche l’ascolto, rendendolo infertile, inutile. Quanto pregiudizio esiste tutt’oggi nel mondo della critica musicale italiana verso il musical? Quanto verso la trap? Perché siamo ancorati a concetti vetusti come la supposta differenza tra musica commerciale e musica d’arte? Non è questione di mettere in crisi i presupposti della critica, quanto di analizzarne il valore, comprenderne gli effetti. Forse non interesserà a molti, ma credo sia un argomento che vale la pena di essere discusso, senza dare mai nessun giudizio per scontato.

4 pensieri riguardo “Sul perché i Queen fanno cagare. Un’indagine su ciò che ai critici non piace”

  1. Ciao frah buon Natale.
    A parte che la differenza tra musica d’arte e musica commerciale per me non è affatto un concetto vetusto – che poi ci sia musica “commerciale” che è bellissima è vero (penso a The Drugs Don’t Work), che ci sia musica “d’arte” che in realtà è un disastro (la carriera degli Opus Avantra) è vero, che un artista ti faccia arte per un periodo e poi basta (i Floyd sono passati da Piper a The Wall, certo – ma anche Wall conteneva “Another Brick”, ma anche “Numb”, che per me sono ancora roba da capogiro, e infine anche High Hopes continua a piacermi molto) o viceversa (Talk Talk), ma a me piace ancora tracciare confini netti, talvolta.
    Un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di qualità musicale è l’evocatività della musica, al di là di una fredda analisi sull’originalità musicale, e al di là di facili sensazionalismi. Per me i Litfiba sono uno dei migliori gruppi di rock italiano, di sempre. Hanno avuto alti e bassi, sì; hanno in fondo scritto solo un capolavoro in carriera (17 re), sì; sta di fatto che cose tipo Tziganata, Istanbul, El diablo e Animale di zona, tra le tante, sono tracce di cui non si ha mai abbastanza. Non perché siano originali in senso stretto, ma perché “evocano”, sensazioni, paesaggi, azioni.
    Oppure: per me “La buona novella” è il miglior album italiano della prima metà degli anni ’70, secondo solo all’inarrivabile AMF. Scaruffi gli preferisce tipo Pollution e Caution Radiation Area, perché più originali musicalmente: forse sì ma no, non solo perché gli arrangiamenti de “La buona novella” non sono affatto banali, ma soprattutto per la sua profondità, l’umanità, l’evocatività del disco che è di molto superiore ai concorrenti – ergo per me vince lui.
    I Beatles erano evocativi anche loro, quando volevano. Revolver e Abbey Road per me sono ottimi dischi, perché sono i più evocativi: evocano un mondo di possibilità. Il primo aggiustando le canzoncine stupidine di Rubber Soul in uno spigoloso mondo sonoro di luci bianche, il secondo lasciando finalmente un po’ perdere gli Everly Brothers e abbracciando l’operetta di Frank Zappa. Sgt. Pepper non evoca un bel niente, un’idea di musica sbagliata e insulsa; White Album anzitutto tanta confusione.
    E i Queen? Non hanno mai scritto un album-capolavoro manco per sbaglio, purtroppo. Ma un po’ rimpiango quelli di Queen II/Sheer Attack/Night at Opera, quei Queen che pur inseguendo mode con un certo pressapochismo, e riallacciandosi all’operetta Zappiana (con un quarto delle capacità del Frank, ok, però si parla del Frank) riuscivano a mettere su uno spettacolo interessante. Poteva essere un buon periodo di formazione che avrebbe potuto portare a risultati più concreti. Ma ho ancora rispetto per quei ragazzoni del ’74/’75 che sgomitando, testosteronando, capitombolando scherzando, vociando e riffando, SI SFORZAVANO e cercavano di farsi strada nel panorama musicale.

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    1. La dicotomia tra musica “commerciale” e artistica/autoriale è una derivazione di una vecchissima discussione in seno alle avanguardie artistiche del dopo-guerra, che si è sedimentata in particolare in Francia e in Italia. Per carità, alla fine è una semplificazione, e come tale dovrebbe aiutare il fruitore ad orientarsi, però a me le semplificazioni non mi sono andate troppo a genio, il più delle volte. In particolare in musica, dove sicuramente esistono due velocità, quella della musica a larga diffusione e quella delle scene che comunemente chiamiamo “underground”, ma ciò che si sottintende con “musica commerciale” è che questa sia generalista e di bassa qualità, ma sopratutto che il suo fine ultimo sia la vendita di un prodotto. Ma studiando a fondo le implicazioni sociali e politiche di molta musica pop, compresa quella contemporanea, non si può non notare dei filoni di urgenze, magari non sempre profonde e stratificate, ma dal chiaro impatto sulla contemporaneità. Che poi esista moltissima musica prodotta e pensata a tavolino ok, possiamo anche chiamarla “commerciale”, ma a quel punto dovremmo fare delle differenze, in virtù di questa consapevolezza.

      Il concetto di «capacità evocativa» della musica non è molto differente dal «messaggio». Il motivo per cui la musica di Mahler è stata così fondamentale per lo sviluppo della musica per film è proprio nelle sue caratteristiche evocative, ma la capacità evocativa della musica è spesso legata anche ai nostri ricordi e alla nostra esperienza. Uno dei motivi per cui ho voluto pubblicare questa riflessione per la Vigilia è che Thank God It’s Christmas dei Queen è uno dei ricordi più deliziosi che ho del Natale quando non ero nemmeno un adolescente. Quand’è che la capacità evocativa è oggettiva e quando soggettiva? C’è una “buona” e una “cattiva” capacità evocativa? Nel laboratorio di critica e giornalismo di quest’anno, facendo ascoltare ai ragazzi Mercy, Mercy, Mercy, un elemento molto presente nelle loro sensazioni era l’evocazione di un calore più intimo, dovuto anche dalla presenza delle persone dal vivo, così come dalla commistione tra la loro risposta e i timbri degli strumenti, una musica lineare e semplice che reitera le sue frasi con confortante certezza. Io non so se questa è “buona” o una “cattiva” evocazione, ma uno strumento utile a capire la sua qualità è vedere se nel tempo l’utilizzo di questi stessi stilemi producono risultati simili. E così abbiamo il sax nella musica da film noir, oppure dei timbri ricorrenti nelle musiche per la pubblicità (talmente tanto da essere diventati campionature per generi musicali slegati dalla promozione di prodotti), la chitarra cajun di “Paris, Texas”, il punk per la ribellione, la musica synth anni ’80 per rievocare una adolescenza perduta trasversale, ecc. ecc. ecc.

      Insomma, il discorso è ampio, però magari meriterebbe un approfondimento!

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  2. E’ un po’ becero fare distinzioni nette tra “roba commerciale” e “roba artistica, sì insomma di valore, sì insomma che esprime qualcosa”, certo. Vista appunto quanta musica stupenda in ambito commerciale (non necessariamente popolare!) esiste; il “commerciale” è un calderone dove si mette tutto ciò che può definirsi appetibile al grande pubblico – quello generico, quello che non riflette sulla musica ma su altro, quello che “ma Luigi Nono fa musica?” -, da “Tre parole (sole cuore amore)” a “Country Feedback”, passando da “(I Can’t Get No) Satisfaction” e “It’s Only Love”. Quindi “commerciale” non vuole automaticamente dire privo di contenuti, bensì musicalmente amichevole presso gli orecchi poco esigenti del pubblico generico – quello che in genere pensa e fa altro. Non che sia di per sé un male la cosa – ma spesso lo è – ma può essere un modo per capire meglio cosa si ha davanti e quanto vale la pena di ragionarci su.

    L’evocatività e il messaggio della musica vanno più o meno a braccetto, ma credo siano due concetti separati da sottili differenze. Il messaggio riguarda esclusivamente il testo; l’evocatività riguarda il testo accoppiato alla musica. Entrambe le cose, giustamente osservi, hanno valore e effetto diversi quando diversi sono i fruitori – con differenti esperienze passate, speranze, interessi.

    I Queen, appunto, sembrano non essere mai stati in grado di evocare altro da loro stessi. Ma nel biennio ‘74-’75 l’operazione ebbe risultati un minimo seri, perché il loro stessi di quel periodo non era un gruppo di star milionarie che ogni tanto impegnano mezza giornata per scrivere la vuota hit di turno, ma una band di sognatori che pur con tutti i loro limiti ci provavano sul serio a far musica di un certo tipo. Tommaso Franci in realtà, parafrasando, scrisse “non è che i Queen siano poi stati poco fantasiosi: è il genere [hard-rock] che è proprio questo”, e non era proprio fuori strada. Forse il loro problema fu quello di non essere mai abbastanza in tutto quello che hanno fatto: non erano raffinati come i Genesis ‘70-’73 in Queen II, non rockeggiavano come i Led Zeppelin in Sheer Attack, non erano creativi come Zappa in Night at the Opera. Ma in questi tre dischi l’humus c’era, una certa voglia di osare, un minimo di attenzione ai dettagli. Purtroppo è stato tutto gettato alle ortiche, perché copiare la linea di basso di Rapper’s Delight era molto più facile ed estremamente più redditizio. In pochi scelgono la strada in salita.

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    1. Il problema è che la parola “commerciale” non è interpretabile. Sta a significare un prodotto pensato esclusivamente per il profitto, il che non significa “generalista” e basta ma “generalista” in senso profondamente dispregiativo. Poi possiamo anche metterci a discutere delle sue possibili declinazioni, ma non cambia il fatto che stiamo parlando di un aggettivo che in ambito culturale ha solo valore negativo. Esiste ovviamente una musica generalista, diciamo così di massa, ma non è prevedibile come vorrebbero le case discografiche, né è così semplice trarne del profitto (ovvero non è sempre “commercializzabile”).

      Specificamente sui Queen… sicuramente nei primi album si trovano guizzi di ingegno, ma la colpa dei loro limiti non è nella gabbia espressiva dell’hard rock (fra l’altro all’epoca ancora giovane) quanto nella gabbia espressiva dell’essere derivativi di altri gruppi. Il richiamo fifties non era certo una loro peculiarità, così come il vaudeville inglese, ciò che rendeva i Queen tali era la specifica relazione timbrica tra i suoi componenti e l’uso spasmodico di sovraincisioni in un preciso catalogo di possibilità. Ma invece di essere uno stile per i Queen questo era LO stile, non c’erano alternative plausibili che andavano sondate, anche le nuove mode si sposavano solo se era possibile amalgamarle nella melassa canonica del loro modo di fare musica, per cui sono stati bravissimi ad ingabbiarsi da soli.

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