Archivi tag: folk

The Red Crayola – The Parable of Arable Land

Etichetta: International Artists (Charity Records)
Paese: USA (Texas)
Anno: 1967

Edoardo Bennato – I buoni e i cattivi

Retro della copertina di “I buoni e i cattivi”
Etichetta: Ricordi 
Paese: Italia
Pubblicazione: 1974

Edoardo Bennato è stato, per una breve ma intensa stagione che va dal 1968 al 1977, una delle voci più autentiche e peculiari del rock italiano. Ha cominciato da bambino con suoi due fratelli nel Trio Bennato, per poi riallacciarsi alla musica nei suoi primi anni universitari in quel di Roma. Carismatico rielaboratore di grammatiche stantie, Bennato ha fin da subito presentato una precisa e sincera attitudine per la musica rock quanto per musica popolare italiana, mettendo in mostra le ipocrisie del sistema musicale nostrano per poi, nella sua lunga carriera, finirne divorato con tutte le scarpe. 

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Magnetic Fields – Quickies

Etichetta: Nonesuch
Paese: USA
Pubblicazione: 2020

Quando  un artista arriva al dodicesimo album e questo è pure palesemente un passatempo, il rischio che sia una schifezza così raccapricciante da rivalutare persino “How to Dismantle an Atomic Bomb” è del 99%. Ma per Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields le cose sono andate piuttosto bene, e “Quickies” è un disco che merita di essere ascoltato, apprezzato e (perché no?) amato dissolutamente. 

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Neil Young – “Live At Massey Hall 1971”

Etichetta: Reprise Records
Paese: USA
Pubblicazione: 2007

Non so perché, ma Neil Young è una testa di cazzo naturale. È l’amico che ne sa sempre più di te, che ti deride l’impianto stereo non-valvolare e che sa sempre qual’è la giusta posizione in camera tua dove ascoltare “Larks’ Tongues in Aspic” – probabilmente sarebbe capace di farlo anche con Robert Fripp in persona. Va comunque detto, a onor del vero, che l’ossessione di Young per la qualità del suono e dell’esecuzione lo ha portato a regalarci alcune delle live più epiche della storia del rock, roba da far accapponare la pelle anche al cinquantesimo ascolto. Oggi però non vi scriverò di una di queste, bensì di qualcosa che ha aspettato ben 36 per uscire nei negozi, rinfiammando il fandom youngiano come nessun album dopo “Harvest Moon” sarebbe riuscito a fare. “Live At Massey Hall 1971” fotografa Neil Young poco prima della sua esplosione commerciale, di fronte ad un pubblico caldissimo che lo ama e lo inneggia ininterrottamente. È da solo, senza band, seduto su una sedia che si prende tutto il tempo del mondo per accordare la chitarra, o che strimpella il piano per trovare le note giuste prima di cominciare il pezzo. È un chiacchierone, delle volte rimprovera (figurati), della altre si lascia andare a ricordi recenti, scherza. L’aria è quella delle grandi occasioni, il musicista da Nashville però non è permeabile alle richieste del pubblico, più che i classici propone canzoni nuove perché «non riesce a pensare ad altro», sono canzoni spoglie e ruvide in un modo che non sembra nemmeno davvero lui.

Young si concede il lusso di arrivare non preparato, con qualche canzone ancora da ricamare. Proprio lui, quello tutto fissato con la precisione e la qualità, che abbassava o tagliava del tutto le voci del pubblico in post-produzione per lasciare la purezza dell’interpretazione intatta, testardo fino all’inverosimile, ma in questa specifica occasione magnificamente impreciso, nervoso, emozionato. Certo, ormai ci siamo abituati a questo tipo di uscite, il celebre “Unplugged” dei Nirvana ad MTV trovava le sue vette nelle reinterpretazioni emotive di Cobain di Meat Puppets e di Leadbelly, o il bellissimo “Skonnessi” degli Skiantos, dove la poesia demenziale di Freak Antoni suonava molto meno ironica e significativamente più malinconica. Ma “Live At Massey Hall” è diverso perché non è Neil Young che interpreta acusticamente Neil Young, è Neil Young che mette in scena l’origine delle sue canzoni, l’intuizione melodica soggiacente ad ogni cosa.

La banalità delle prime note di Journey Through the Past si eleva appena la voce ci cade sopra, come se la stesse improvvisando per la prima volta, con quella freschezza che scompare quando ci ripensi l’istante dopo averla suonata. Così anche in See the Sky About to Rain è come percepire l’aria fredda che annuncia la fine dell’estate, mentre in Cowgirl In the Sand albeggia il calore della primavera, è l’esperienza più empirica che un’artista possa provocare per esprimere la caducità dell’ispirazione. Non è un album che ha segnato un’epoca, come potrebbe poi, è uscito talmente in ritardo da sembrare più un reperto archeologico, quando ancora il folk aveva ricordi vividi dei suoi maestri, in compenso è la cristallizzazione di un passaggio storico traumatico per il rock, al massimo della sua popolarità e in piena frammentazione tra sottogeneri, ed è – chiaramente – un momento chiave per Neil Young, popolarissimo cantante canadese, ormai ad un passo dal diventare un’icona, con quello che ne consegue. Tutte queste tensioni sembrano incontrarsi per un attimo a Massey Hall, tra un sorso di birra e una chiacchierata tra amici, prima che le note di On The Way Home spazzino via tutto il quotidiano e fissino quel momento per sempre.  

Dopo aver ascoltato questo album ammetto che mi ci vuole un po’ per riprendere in mano “Harvest”, “Zuma”, ma anche “Rust Never Sleeps” che sebbene sia un’altra live, soffre di quell’epica forzata e retorica del rock ormai alla fine degli anni ’70. In questo disco c’è tutta la grandezza di un artista immenso, che con una voce e una chitarra può far ballare centinaia di persone mentre fuori ulula scuro il vento, oppure può farle piangere al chiuso delle loro case, a cinquant’anni di distanza, e senza nemmeno capire bene il perché.

The Builders And The Butchers – S/T

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Etichetta: Bladen Country Records
Paese: North Carolina, USA
Pubblicazione: 2007

Sono pochi gli album che sebbene delle prime tre tracce me ne piaccia solo una, finiscono comunque a girare sul piatto tante di quelle volte che rischiano di prendere fuoco. Nell’era di internet ci capita di avere a che fare tutti i giorni con terabyte di musica fluida che sgorga fuori da YouTube, Spotify, Deezer o qualunque altra stronzata, e così eccoci a skippare via interi album perché la prima canzone ci sembra una cagata micidiale.

Per evitare questo brutto modo di fare, e consapevole che spesso ci vuole più di un ascolto per apprezzare certe cose, quando decido di mettere sù un album che non conosco, magari di sottofondo perché sto facendo altre cose, lo metto tutto e ‘fanculo.

Quando, ormai più di un anno fa abbondante, partirono le prime percussioni di The Night, Part 1, credevo di aver beccato un nuovo album di Charlotte Gainsbourg con Beck, e per questo mi girarono subito i coglioni. Il nome dell’album era quello della band: The Builders And The Butchers. Sentivo puzza di hypsterata, e l’indice pulsava dalla voglia di cliccare su “avanti” o ancora meglio “chiudi ‘sta merda please”. Però dato che quando mi do delle regole divento più inflessibile di un tedesco paralitico (questa era brutta, però la lascio lo stesso), non clicco un bel niente.

Il pezzo nemmeno finisce davvero che comincia subito l’altro, con un bel riffone acustico southern gothic da paura. Ellamadonna, penso, senti là che stacco! E come si è ringaluzzito anche il cantante! Il testo credo parli di mafia irlandese, o forse non ci sto capendo niente, però è qualcosa di nero come la pece, scuro come il fondo di un pozzo, denso come il catrame. È come se un villaggio di coloni americani si fosse svegliato in mezzo alla notte, e ballasse attorno ad un fuoco altissimo, e sebbene il suo infernale zampillare era come se ci fosse più ombra e notte attorno a quelle persone di quanta ne avessi mai vista in vita mia.

E poi la terza canzone, quella che di solito ti convince a sganciare il denaro e sbatterlo sul bancone come se volessi chiedere una pinta al saloon, mi fa cagare di nuovo. Semplicemente non ha il nerbo della precedente (che noto chiamarsi Red Hand). E durava pure sei minuti e ghianda. Sarà stato un caso, mi dico, la classica canzone azzeccata nel bel mezzo della merda. Il fiore che sboccia nella merda. Quella cosa che sembra merda ma non lo è, però c’è comunque un sacco di merda tutt’attorno. Comunque sia mi decido a chiudere il PC e levarmi di culo, probabilmente a leggere qualcosa per farmi passare l’amaro.

Dopo esattamente due righe di qualsiasi cosa avessi sotto mano, e che fa l’altro non ricordo per niente, riaccendo l’ambaradan, vado sulla cronologia e rimetto d’accapo. The Night, Part 1: meh. Red Hand: bella cazzo, che tiro. Spanish Death: madonna non finisce più ‘sto strazio. Parte Black Dressese da lì è solo amore.

La band di Ryan Sollee incasella una serie di canzoni che sono pietre miliari del folk gotico americano, costruendo un album capolavoro anche perché imperfetto, claudicante, sporco, sincero. L’amarezza sconfortante delle liriche incontrano il ritmo apocalittico della musica, i Builders And The Butchers suonano come se si trovassero di fronte al Giorno del Giudizio, consci di una ineluttabilità oscura, eppure nella loro razionale malinconia c’è un attaccamento alla vita viscerale.

Proprio come nel celebre dipinto icona di Grant Wood, i Builders rappresentano l’America così com’è, in un modo talmente veritiero da sembrare per forza una parodia, anche se di un umorismo nero e macabro. Persino nel lenitivo canto di The Gallows alla fine sembra che ci sia qualcuno che stia per scoppiare a pingere, in un patetismo solare tipico americano.

Ormai è più di un anno che ‘sto in fissa con questi tizi, spesso comparati dalla critica rock ai primi Portugal. The Man (ma i Portugal sono molto più pop e catchy). I costruttori e i macellai sono una delle band più cazzute del folk ‘mericano, peccato che dopo il primo spettacolare album non sono più riusciti a ripetersi a questi livelli. È vero che gente che ne sa molto più di me considera “Salvation Is A Deep Dark Well”, il loro secondo album del 2009, l’apice della ricerca estetica del gruppo di Portland, nell’Oregon. Secondo me invece Salvation è nettamente inferiore all’esordio, sopratutto per la produzione eccessivamente laccata, e poi perché nel cercare più equilibrio tra composizione ed esecuzione la musica di  Ryan Sollee perde tutta la sua immediatezza, e quindi tutta la sua bellezza.

Sinceramente questo album lo stavo per cassare senza troppe remore, a causa di una abitudine che fa parte di quella corsa infernale che sta diventando il quotidiano. Parafrasando Alfredo Marasti nella prima puntata di Hot Conversation, bisogna riscoprire il gusto dell’approfondimento, della pazienza, sopratutto poi quando ci si trova di fronte a linguaggi e grammatiche diverse dalle nostre, che hanno bisogno di tempo per essere consapevolmente assimilate.

L’apice nel loro esordio arriva con la corale Bringing Home The Rain, agrodolce canto collettivo che si trascina come uno che è appena scappato dalla terra sotto la quale era stato sotterrato, per reclamare il suo diritto a sottrarre altra aria a questo mondo.
Dalla favola gotica di Black Dresses fino alle profondità di una cava di carbone (The Coal Mine Fall), la notte che avvolge tutto l’album non è quella timidamente illuminata dalle stelle, ma quella che coltiviamo dentro di noi.