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Podcast – La leggendaria intervista a Tab_ularasa

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Da sinistra: il vostro blogger preferito, Tab_ularasa, DJ Lowrenzo.

L’anno scorso ne ho fatte parecchie di interviste, ma tutte in ambito extra-musicale, e per quanto mi riguarda aprire un ciclo sul podcast proprio con Tab_ularasa è stato un sogno. Tab è una delle personalità più poliedriche e fottutamente fuori di testa che ci siano nel sottoterra italiano, uno di quelli che potrebbe scrivere la pagina DIY di Wikipedia auto-citandosi come unica e incontrovertibile fonte (di stronzate ovviamente – con affetto Tab <3). Ora però sono ben quattro giorni che ne parlo bene per cui temo mi stia ammalando o qualcosa del genere.

Comunque sia per Ubu Dance Party è stata in generale una bellissima puntata, culminata con la live di Tab e conclusasi con le solite stronzate di DJ Lorenzo.

«Che cazzo dici, hanno pure una pagina Facebook
«Ti dico che ci sta pure una lista sempre aggiornata degli episodi sul blog, roba da non credere!»
«Fottuti hipster!»

Centauri / Dead Horses split

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Etichetta: Lepers Production
Paese: Italia
Pubblicazione: 1 Novembre 2016

La malinconia celata in un feedback può essere difficile da cogliere, un rumore in fondo è solo un rumore, eppure da John Cage a Iannis Xenakis ne abbiamo di esempi di come il rumore possa diventare vettore di sensazioni, riflessioni, e perché no: emozioni.

Nella storia del rock ne abbiamo ascoltati di rumori assordanti eppure significativi, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, non mi sento affatto fuori luogo ad inserire in questa esclusiva famiglia il denso discorso sonoro dei Centauri. Questa band prodotta da una delle migliori etichette italiane del momento, la barese Lepers Production, riesuma la semplicità melodica di certo alternative degli anni ’90 e la immerge in stratificazioni rumorose incredibilmente espressive.

Il loro esordio discografico credo sia del 2014, con “Centauri” (of course), una deliziosa vertigine di noise e Faust, ma non i Faust degli inizi ma quelli laconici di “The Faust Tapes”. Il martellio del piano che si perde in uno spazio siderale saturo di frequenze di Alfa Centauri A, spiega meglio di quanto io possa fare l’eleganza dietro questo album (il suo continuo, Alpha Centauri B invece rigurgita del rock un po’ come i Pussy Galore nel bel mezzo del delirio sparavano un blues infernale).

Personalmente provo quasi una venerazione per questo lavoro, sopratutto quando mi ritrovo a leggere riviste come Rumore dove si parla di espressività in merito all’ultimo lavoro di Lady Gaga, laddove quell’espressività anche se ci fosse è stata talmente sviscerata da avere poco da aggiungere, i Centauri invece sono una di quelle band che si muovono tra i confini dei generi, non cercando di scavalcarli ma piuttosto spingendoli un po’ più in là. La tensione fantascientifica della band, più Tangerine Dream che Sun Ra, si sposa con un folk trasognato, e non senza un certa meraviglia ci ritroviamo a navigare nel nostro universo interiore.

Lo split uscito questo primo Novembre con i Dead Horses è un evento per chiunque abbia a cuore l’underground italiano. I Dead Horses, trio acustico dalla febbrile Ferrara, altro non sono che una declinazione dei For Food di cui abbiamo già parlato in una entusiastica recensione che vi linko qua.

Quindi che cosa succede in “Centauri – Dead Horses”?

I Centauri si presentano con tre tracce, proseguendo il discorso del loro “The Centauri Tapes” (eh), sposando una vena piuttosto malinconica e incredibilmente efficace, che esplode in tutta la sua meravigliosa fragilità nei 5 minuti di Unza.

I Dead Horses tornano dopo il loro folgorante debutto per la Bubca Records di Tab_Ularasa, e presentano quattro pezzi ormai rodati. Anche se li accumuna una certa urgenza espressiva non sono da confondersi coi siciliani Pan Del Diavolo, nei Dead Horses è tutto “in potenza”, quasi mai la tensione deflagra in un coito rockeggiante. Il rumore c’è anche qui, se The Cross sembra uscita da una casa di produzione indie, Before you judge me suona come se fosse stata partorita tra il sangue e le urla di un garage di periferia.

La musica dei Dead Horse raggiunge vette mistiche, scompare la rabbia di certo folk italiano da classifica per far posto ad un lento rituale misterico.

Due anni fa Mirrorism e For Food hanno segnato rispettivamente delle vette da raggiungere nel panorama nostrano, l’anno scorso gli Hallelujah!, evoluzione dei Vairus, hanno esordito con uno dei più potenti 12” che abbia mai sentito, e quest’anno Centauri e Dead Horses spostano ancora più in là il confine.
E meno male che la musica in Italia fa cagare.

Fifty Foot Hose – Cauldron

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Siamo nei primi anni ’60 a Burlingame, California. In questa cittadina si sta vivendo un boom industriale senza precedenti, le famiglie bene di San Francisco si trasferiscono qui nella contea di San Mateo, certamente anche per via di quel verde sfavillante che incornicia tutte le strade, ma sopratutto per le montagne di dollari che si accumulano nelle industrie e nei loro dintorni.

Figlio di una immigrata italiana “Cork” Marcheschi è un giovane con la passione per la musica di Edgar Varèse, nel 1962 passa il tempo sperimentando suoni e stravaganze su sintetizzatori fatti in casa alla bell’e meglio, facendo inorridire i vicini con suoni gutturali, strani gorgoglii e voci siderali.

Deciso com’era di far provare l’ebbrezza di quei rumori a tutta la comunità di Burlingame, sempre nel ’62, assieme a dei suoi amici italo-americani, da alla luce gli Hide-away, una band dallo sgangherato R&B, modellato sull’influenza di “Poème électronique” di Varèse, del jazz di ‘Frisco e del blues che ascoltava saltuariamente per strada. Da questa formazione verrano fuori gli Ethix, ovvero la band in cui Marcheschi si impegnerà in una sperimentazione più consapevole, la band dalle cui ceneri nascerà uno dei complessi più importanti della storia del rock: i Fifty Foot Hose.

Come dite?
Che razza di storia è mai questa?
Chi cazzo sono i Fifty Foot Hose?
Non saranno mica la solita merda proto-punk, proto-kraut, proto-cazzi e proto-mazzi?
No amici miei, niente del genere.

Il loro esordio, “Cauldron” del 1967, è stato uno degli album del rock psichedelico più seminale della sua generazione. Throbbing Gristle, Pere Ubu, Bauhaus, Chrome, cristo, probabilmente in questa lista c’è pure tua nonna, si perde a vista d’occhio il numero delle band che hanno subito il fascino della follia controllata di questo album.

Considerando che la stessa introduzione che avete appena letto la troverete per almeno altri TRECENTO album su internet, ci tengo a precisare una cosa. Prima di tutto che mai come ora si stanno svelando le fragili basi della critica rock, piena zeppa di “capolavori seminali”, troppi, in particolare nella psichedelia, che poi ad ascoltarli sono spesso tutti uguali, e magari stampati per la prima volta nel 2002 (per cui hanno influenzato ‘sta gran ceppa).

Non so dove volessi andare a parare con questo discorso, probabilmente mi sto rimbambendo, ma volevo dire che ci sono album che possiamo DAVVERO definire imprescindibili per la comprensione storica della psichedelia, come “Psychedelic Lollipop” (1966) dei Blues Magoos, o Sgt. Pepper (1967) dei Beatles. Ma la questione cambia, e non poco, quando dobbiamo giudicare quegli album che hanno DEFINITO il genere non solo nella loro epoca, ma ben oltre. (però basta col Caps Lock, eh)

Come non citare i primi tre dei Silver Apples, attivi fin da inizio 1967, sperimentatori assoluti, ma anche l’esordio del ’68 degli United State Of America, Piper (1967) dei Pink Floyd, il secondo album dei leggendari Kaleidoscope (“A Beacon from Mars”, 1968) e “Parable of Arable Land” (1967) dei Red Crayola, questi sono tutti album che non hanno semplicemente definito il genere, ma ne hanno esteso l’influenza fino ad oggi. Questi sono quelli che vanno ascoltati a manetta, ma non perché ce lo dice il Julian Cope o il Simon Reynolds di turno, ma perché sono una figata!

In questo calderone di genialità allucinogena non abbiate remore alcun di inserire i Fifty Foot Hose tra i protagonisti assoluti.

Ah, già, stavamo parlando di loro. Eravamo rimasti agli Ethix, giusto?

Nel 1966 esce il loro primo singolo, un vero e proprio schiaffo in faccia al buon gusto: “Skins/Bad Trip”. Skins è una specie di garage rock tutto storto e stonato, ma il piatto forte è senza dubbio Bad Trip. Degno di un titolo così diretto, Bad Trip è una cacofonia malata, urla e rigurgiti acidi si susseguono su una base musicale indefinita, uno degli esperimenti più deprecabili e meravigliosi mai sentiti nel rock di ogni tempo e declinazione, puro dadaismo infantile.

Inutile dirvi il successo planetario che ne seguì.

Fu David Blossom, il chitarrista degli Ethix di Marcheschi, che decise di fare un passo avanti nella sperimentazione, così sempre nel ’66 formano una nuova band con Larry Evans, anche lui chitarrista, Kim Kimsey alle pelli, Terry Hansley al basso e sopratutto Nancy Blossom alla voce (all’epoca moglie di David ma futura sposa di Cork!).

Chiusi in una camera con un Theremin, dei Fuzz-Tone e uno speaker in plastica, appartenente ad una nave della marina americana della Seconda Guerra Mondiale, cominciarono un po’ per gioco un po’ per reale necessità artistica a formare quell’arabesco psichedelico che sarà “Cauldron”.

Ad inizio 1967 gli ormai Fifty Foot Hose finiscono alla Mercury Records, al cospetto di band già affermate come i Blue Cheer. Dopo qualche sessione di prova, con l’aiuto di Dan Healy (Grateful Dead) dettero alla luce per la Limelight Records “Cauldron”. Ne furono stampate 5000 copie.

Se per molti complessi dell’epoca l’ispirazione arrivava dall’esperienza diretta di droghe più o meno pesanti, per i Fifty Foot Hose la cosa era un po’ diversa. A parte Larry Evans, che era il più canonico del gruppo, gli altri si sparavano in vena Morton Subotnick, John Cage, Terry Riley, Steven Reich, Luigi Russolo, il musicista più commerciale che conoscevano era Archie Shepp. Tutto poteva venirne fuori, ma di certo non un qualcosa di consueto.

Allora, si parla dell’album? Ma non lo sapete che Bertoncelli disapprova quelli che si mettono lì a scrivere di ogni traccia del disco, come una specie di elenco asettico? E ci frega qualcosa?

Si comincia con And After, e già Marcheschi mette le mani avanti. Rumore. E la melodia? E la tonalità? E il ritmo? Roba per vecchi rincoglioniti. Un terremoto sottomarino apre le danze, un suono che Chrome e Pere Ubu conoscono molto bene.

Segue la dodecafonia psichedelica di If Not This Time, con la voce di Nancy adesso in primo piano, qualcuno ci ha sentito qualcosa dei Jefferson Airplane, scazzando ovviamente. If Not This Time è un pezzo inconcepibile per i Jefferson come per buona parte della scena psichedelica, troppo colto, troppo intricato, dannatamente estraniante e comunque fruibile.

Opus 777 con i suoi 22 secondi anticipa di quattro anni “Alpha Centauri” dei Tangerine Dream.

Primo ed ultimo calo di stile dell’album la canticchiabile The Things That Concern You di Evans, giuro che sembra uscita fuori da “In the land of Grey and Pink” dei Caravan, piuttosto fuori posto insomma.

Dopo l’intermezzo elettronico di Opus 11 scoppia la furia psichedelica di Red The Sign Post, una meraviglia stereofonica che mostra i muscoli della band, brevissimi assoli, virtuosismi elettronici, rumori assordanti e un finale deflagrante.

Ultimo intermezzo elettronico, For Paula, e poi un’altra esplosione di colori, suoni, odori, visioni con Rose. Il dialogo tra la voce di Nancy e la chitarra di Blossom è puramente sessuale, senza alcun dubbio, un continuo stuzzicarsi senza vergogna, fino ad un’orgia con tutta la band che culmina a 3/4 del pezzo.

Si arriva senza protezioni al volo vertiginoso di Fantasy, 10 minuti senza riferimenti, un capolavoro questo davvero senza tempo, degno della potenza evocativa di War Sucks dei Red Crayola. Blossom con la chitarra fa quello che cazzo gli pare, Terry Hansley praticamente dà fuoco al basso mentre Kim Kimsey, che in un primo momento tiene stabile la jam infernale, perde i freni inibitori, fino al culmine che viene spezzato dalle note di una chitarra acustica, per poi risalire verso il caos. Montagne russe psichedeliche, un continuo sù e giù che non dà mai un attimo di respiro, melodie psych che si mescolano a dadaismo e cacofonia. Quasi meglio di una birra fredda d’estate.

E dopo una tale follia controllata la mente viene nuovamente sconvolta… da una improbabile cover di Billie Holiday. Amatissima da Nancy, God Bless the Child viene infarcita di interventi elettronici del tutto arbitrari, rendendola quantomeno particolare. Personalmente non ho mai ben capito il perché di questo pezzo, però suona da Dio, per cui gliela abboniamo.

E quando pensi di averle sentite tutte, ma proprio tutte, ecco Cauldron, un finale criptico, un collage dadaista di voci, alcune deturpate orribilmente, un’esperienza angosciante e incomprensibile, degna della new wave più spinta e concettuale.

Quello che discosta questo album dalla produzione a lui contemporanea è l’incredibile quantità di riferimenti culturali più o meno immediati, e la perfetta armonia tra sperimentazione spinta e fruibilità.

Trascendendo generi, influenze e se vogliamo anche ogni norma del buon senso, i Fifty Foot Hose non fecero in tempo a fare il secondo album (doveva chiamarsi secondo le leggende “I’ve Paid My Dues”) che si sciolsero, lasciando comunque ai posteri un album tra i più seminali e belli della storia del rock.

Running – Asshole Savant

038 Running on Vimeo

We want to do things that make people uncomfortable.
Alejandro Morales (batterista dei Running)

Il problema di gran parte delle band rock contemporanee è esprimere il disagio della nostra epoca (e delle nostre crisi) in modo efficace. Personalmente non mi ritengo particolarmente dotto in fatto di rock, ho aperto il blog per passione non perché mi ritenga un critico o un eletto unto da Chuck Berry, ma credo che nel mio piccolo di aver trovato e recensito alcune band che ci stanno riuscendo, almeno in parte, a svolgere questo arduo compito.

Molti gruppi per trovare un modo di esprimere l’urgenza dell’arte (perché a questo punto di arte si deve parlare) stanno rispolverato la new wave/post punk, genere in cui la nevrosi collettiva e gli artistoidi da SoHo hanno rivoluzionato la grammatica del rock. Da qui il sound eighties di Corners, Dreamsalon, Ausmuteants e Nun. Ma se l’orecchio tende agli insegnamenti di Devo, Pere Ubu e Einstürzende Neubauten, la mente è radicata nel presente. Cercando quindi di trovare ispirazione dal vecchio si costruisce il nuovo, un meccanismo necessario che solo le grandi band hanno saputo far funzionare al meglio.

Che cosa c’entrano con tutto questo i Running? Beh, già dal titolo del disco forse intuite qualcosa.

Asshole Savant” (Captcha Records, 2012) è un EP scarno, ruvido, un rigurgito di Pussy Galore, Rake e “Metal Machine Music”, ma con una spinta in più, ovvero la sua profonda e intima relazione col contemporaneo.

Il trio in questione è formato da Jeff  Tucholski alla chitarra (invece che “elettrica” direi “abrasiva”) e voce, Matthew Hord al basso e voce (e smorfie) e infine Alejandro Morales alla batteria, nonché fondatore di questo progetto che sta devastando Chicago a suon di noise punk da qualche anno a questa parte.

Tra LP ed EP più o meno di culto (tra cui “Vaguely Ethnic” dell’anno scorso, uscito per la Castle Face Records di John Dwyer) ho scelto di consigliarvi questo brevissimo lavoro uscito nel 2012, pietra miliare di una band che non devasta solo dal vivo (come molte formazioni di culto) ma anche in studio.

Pezzi stratosferici come I Can’t Believe I’m Alive sono un manifesto concettuale, trascendendo i generi si può dire senza arrampicarsi sugli specchi che c’è un contatto tra la furia dei Running e le melodie amare dei The Molochs di Lucas Fitzsimons, come anche con Felix Tried To Kill Himself degli Ausmuteants, sono il manifesto quindi di una dimensione giovanile devastata, torturata dall’ondata di informazione prima televisiva e poi dal web, una dimensione che queste band stanno cominciando a dipingere, ognuno secondo la sua personale scuola di pensiero.

Se Fitzsimons punta sul songwriting (anche in virtù della sua immensa capacità lirica, che lo colloca senza troppi intoppi tra Bob Dylan e Tom Waits come ordine di grandezza) e gli Ausmuteants invece sulla foga dell’informazione e sulla devastazione della parola, i Running ripescano la chiusura ritmica del kraut rock senza miscelarla alla psichedelia (come nei Thee Oh Sees) ma piuttosto immergendola in un denso calderone sonoro noise e hardcore, rendendo questo brevissimo EP ben più devastante della mezz’ora di feedback e garage rock di “Slaughterhouse” di Ty Segall.

La sensazione che si ha ascoltando la title track è terribile, una versione rabbiosa di Ghost Rider dei Suicide, come invece il garage punk di Everybody’s Fucking Everybody è una versione moderna delle violente espressioni dei Pussy Galore.

È sempre brutto ridurre una recensione ad una sequenza di nomi, ma cercate anche di venirmi incontro, questo “Asshole Savant” spezza le coordinate con la sua furia devastante. Ah, fra l’altro è così che si satura lo spazio sonoro, non come quella cagata di “The Electric Hour” dei Jefferitti’s Nile, dove si butta nel mezzo tutti i generi conosciuti su questa terra perché non si ha un cazzo da dire, il disagio dei Running è vero, è palpabile dal pavimento che trema per i bassi, dalle orecchie che sibilano a causa dei feedback, dal peso nel petto per quei testi così pieni di vuoto.

Al contrario di altre band i Running sanno bene quello che fanno, sono scientifici nella loro ricerca estetica, e non gli basta esprimere la desolazione intellettuale e emotiva in cui viviamo, ma vogliono svegliare il pubblico a suon di rumori devastanti e raccapriccianti, incubi sonori dove ti ritrovi a correre per scappare da un mostro, ma ti accorgi solo all’ultimo di stare fermo.