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I 6 dischi essenziali per capire il garage rock (più o meno)

Non è una guida esaustiva, non è neanche un’introduzione, è giusto un mettere l’accento su delle declinazioni del garage e delle sue potenzialità espresse nel corso dei decenni.

Kamikaze Palm Tree – Good Boy

Etichetta: MUDDGUTS
Paese: USA
Pubblicazione: 2019

Dylan Hadley fa parte di quel giro magico che ha ridestato interesse nel rock underground, ovvero White Fence, Mikal Cronin, Ty Segall e tutta la banda. In un’intervista per KEXP John Dwyer ha raccontato della fantastica impressione che gli fece la Hadley come cantante e batterista per la sua band, i Kamikaze Palm Tree, probabilmente una delle realtà più divertenti del panorama rock mondiale – eppure ancora semi-sconosciute.

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I migliori album del 2018

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Non so se questo blog esisterà ancora in questi termini oppure diventerà solo un podcast o solo un canale YouTube o tutte queste tre cose, so solo che piano piano, con enorme fatica, sto sistemando la mia vita per renderla ragionevolmente piena e non allucinantemente zeppa di cose. Mi manca sparlare di musica, sopratutto quella di merda che piace a noialtri. Questo post è arrivato con un ritardo folle ma doveva arrivare, sono i migliori album del 2018, eppure non è tutta farina del mio sacco.

In questa lista non ci sono letteralmente i migliori album del 2018, quale megalomane potrebbe mai mettersi a fare una lista del genere? Oggigiorno conoscere la scena musicale in senso lato è impossibile, le uscite sono troppe e le scene troppo frammentate, come anche i linguaggi. Così ho messo semplicemente la roba che, alla fine della giostra, ho ascoltato di più e con maggior piacere, senza troppo smanettarmi sugli aspetti critici (che poi nemmeno lo sono io un critico, sono un appassionato con problemi compulsivi, tutto qui).

Alcuni degli album presenti però non sono tra i miei preferiti, ma dato che sono presenti in tutte le stracazzo di classifiche da Novembre (già, c’è gente che ha fatto uscire la classifica dei migliori del 2018 a Novembre del 2018, che dire…) ho voluto mettere qualche nome per poi insaccarlo di botte virtuali.

L’ordine è alfabetico, per evitare inutili e sterili discussioni.

A$AP Rocky – TESTING

C’è bisogno di dirlo? E diciamolo: A$AP Rocky e la sua cricca hanno tirato fuori un classico, riuscendo a dare uno spessore notevole a tutte le influenze nascoste in questo album (partendo da un insospettabile Otis Redding) e riproducendo un sound da monolite degli anni ’90 senza un briciolo di nostalgia, facendolo suonare come qualcosa di assolutamente nuovo.

Ambrose Akinmusire – Origami Harvest

A parte che in questo album riescono a convivere rap underground e musica da camera senza far scendere il latte ai ginocchi con inutili virtuosismi da una parte o dall’altra, questo è un disco profondamente politico eppure profondamente propositivo. Come nel caso degli IDLES lo sguardo sulla contemporaneità di Akinmusire si discosta dalla retorica pessimista e compie una parabola verso un futuro di possibilità.

Armand Hammer – Paraffin (feat. Billy Woods & Elucid)

Questi non scherzano ragazzi, ce la mettono tutta per sporcarti le orecchie di suoni francamente fastidiosi ma amalgamati ad un flow spettrale e ipnotico.

b a k m a h n / TESTAROSAH – Holy Oxygen

Vaporwave piuttosto classica, stiamo assistendo ai colpi di coda del fenomeno che intanto è diventato mainstream.

Car Seat Headrest – Twin Fantasy

“Twin Fantasy Replica” è la versione riveduta e corretta dell’album capolavoro di Car Seat Headrest, che si merita certamente una recensione (che immagino uscirà entro il 2030). Dopo averlo ascoltato 50 volte ho capito cosa intendeva dire Tab_ularasa quando scriveva che questo è l’album che Ty Segall avrebbe sempre voluto fare. Ne riparleremo.

Childish Gambino – This Is America

Sì, è un singolo, non un album, ma fottesega, se hai qualche reclamo puoi spedirlo su www.pornhub.com. Hanno tutti già detto… quasi tutto, anche di lui ne parleremo. 

Current 93 – The Light Is Leaving Us All

Secco, molto poco piacevole e con momenti di poesia troncati sul nascere. Il solito buon album dei Current 93.

Drinks – Hippo Lite

Oddio: un album post-punk che non suona né come i Joy Division né come una brutta copia dei Gang Of Four! Finalmente!

Eric Chenaux – Slowly Paradise

A me Chenaux m’ha sempre fatto venire un latte alle ginocchia che nemmeno l’ultimo Clapton, giuro, per cui ero molto prevenuto su questo album, che invece è bellissimo e stranamente minimale. Che mi debba riascoltare anche quelli vecchi alla luce di questa nuova cotta? (SPOILER: l’ho fatto, e non è servito un granché)

Ezra Furman – Transangelic Exodus

Anche di questo varrebbe la pena scriverci qualcosa, diciamo solo che Furman è in mega forma e non sarà possibile fermarlo, dal 2013 i suoi arrangiamenti si sono raffinati e le melodie sono molto meno prevedibili e ripetitive.

Father Murphy – RISING. A Requiem for Father Murphy

Ultimo capolavoro per Father Murphy, una discografia sottovalutatissima in questo paese di ingrati. Una volta gli dedichiamo una bella retrospettiva completista.

Felix Colgrave – Royal Noises from Dead Kingdoms: The Music of Double King

Colonna sonora del corto animato dallo stesso Colgrave. Una musica elettronica piena zeppa di riferimenti gregoriani e world music, un talento per ora quasi sconosciuto.

Gee Tee – Gee Tee

Miglior album garage rock dello scorso anno, costruito attorno ad una logica DIY che non sacrifica il suono ma lo rimpasta funzionalmente al tasso alcolemico.

Grip Casino – The King & Eye for an I

Un album di cover dei Residents che coverizzano Elvis Presley. Beh, tanto quei soldi non ti servivano comunque…

Heroin in Tahiti – Casilina Tapes 2010 | 2017

Sarà anche solo una raccolta di esperimenti che fra l’altro non dialogano sempre benissimo tra di loro, ma c’è anche la summa di una ricerca fatta di persone, luoghi e incontri sublimati in musica. Indispensabile per capire l’oggi in questo paese.

HOLY – All These Worlds Are Yours

Uno dei tanti progetti solisti che ormai permeano il panorama DIY, il giovane svedese Hannes Ferm è una sorta di David Bowie senza la pretesa di piacere a tutti, chiuso in una cameretta piena di cose sorprendenti.

IDLES – Joy as an Act of Resistance

Oibò, il miglior album rock degli ultimi 10 anni e per taluni è giusto un buon album. Gli relegherò una recensione ma meriterebbe un libro. Gli IDLES non sono semplicemente quelli che hanno portato le tensioni di Brexit a galla strappandole dal sottile velo dell’ipocrisia, hanno ridefinito un’estetica e le conseguenze di questo avranno delle ripercussioni, potete scommetterci.

J​.​H. Guraj – Steadfast on our Sand

Il Ry Cooder nostrano sfodera un album fatto di sottrazioni ma senza perdere la sua carica narrativa (è comunque una colonna sonora).

Jessica Says – Downers

Gemma pop passata inosservata, Jessica Says ha una voce interessante e un buon orecchio per la melodia più raffinata, sono curioso di vedere cosa verrà.

Jonny Greenwood – Phantom Thread (Original Motion Picture Soundtrack)

Tanto trovo algidi i Radiohead quanto trovo acuto Jonny Greenwood solista. Sul film che vuoi dire, PTA è una delle certezze del cinema statunitense, e questa lunga collaborazione con Greenwood ci sta donando delle musiche davvero eccezionali. Non siamo ai livelli di “There Will Be Blood”, ma cazzomene.

Julien Baker, Phoebe Bridgers & Lucy Dacus – Boygenius – EP

Un trio di signorine molto benvoluto dalla critica specializzata si mettono assieme e fanno un EP molto benvoluto dalla critica specializzata. E non fa cagare. Qualcosa non torna.

Justin Bell – Pillars Of Eternity II: Deadfire (Original Soundtrack)

Obsidian ci ha abituati ad una cura maniacale delle sue opere, e Justin Bell è riuscito a migliorare una colonna sonora che già nel primo capitolo di Pillars Of Eternity lasciava straniti per la bellezza evocativa anche solo nel menù.

King Khan & The Shrines – Three Hairs and You’re Mine

Il disco più festoso dell’anno, e poi King Khan per me ci deve essere sempre in una  classifica, dà quella botta di vita che allontana quel malessere di vivere nella stessa epoca dei Foo Fighters.

Leon Vynehall – Nothing Is Still

Una bella intuizione quella di Vynehall, ricostruire il viaggio di sua madre dall’Inghilterra agli Stati Uniti, una storia di immigrazione che tocca tutte le tappe della musica ambient moderna con una trazione narrativa che personalmente trovo necessaria in questo genere di esperimenti, altrimenti troppo freddini.

Liberate Il Kraken – Liberate Il Kraken

Per la Fake Off Press il 2018 è stato un anno bello denso, con tanto di lancio della rivista underground “Vasi di cristallo su comodini sbilenchi” e poi han tirato fuori questo EP che, per quanto sembri serioso nella sua ricerca di confini sonori ulteriori, mi ha divertito non poco e continua a farlo.

Macintosh Plus – Floral Shoppe

Perché mettere una ristampa? Perché ha comunque venduto a palate, provando quando la vaporwave sia ormai uno dei generi musicali più influenti del nostro tempo. Inoltre “Floral Shoppe” è certamente il capolavoro della sua florida stagione (pun intended).

Micah P. Hinson – When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot to Destroy You

Lo aspettavamo in tanti un bell’album di Micah P. Hinson, e alla fine è arrivato, solo che è molto più bello di quanto ci aspettassimo.

MISS WORLD – Keeping Up With Miss World

Mi sono innamorato di questa scapestrata garagista. Miss World dipinge con ironia un mondo fatto di sopravvivenza e istinti, non c’è alcuna ricerca musicale dietro, giusto un riff altrimenti non sono neanche canzoni ma sketch.

Mythic Sunship – Another Shape of Psychedelic Music

Il più bel disco di musica psichedelica dell’anno, questa band sono tutto quello che i Moon Duo dovrebbero essere e, per mancanza di creatività e tecnica, non saranno mai.

Negative Scanner – Nose Picker

Uno dei migliori album punk del 2018 e non se l’è cagato nessuno. N-e-s-s-u-n-o.

Noname – Room 25

«Y’all really thought a bitch couldn’t rap, huh?» L’unico difetto di questo album è che le prime due tracce sono dei capolavori assoluti mentre le altre sono solo bellissime.

Parquet Courts – Wide Awake!

L’hanno fatto di nuovo ‘sti stronzi, un album assolutamente spassoso, intelligente senza ammorbare con soluzioni supercazzolanti. Un po’ derivativo da “Human Performance”, ma al quinto, sesto, trentesimo ascolto non importerà più di tanto.

PC Worship – Future Fase

Questo collettivo costruito attorno alla figura polivalente di Justin Frye è l’unica dose di sperimentazione di cui avete bisogno ma non lo sapevate. Dategli una possibilità.

SabaSaba – SabaSaba

È come la colonna sonora di un ipotetico film di Ken Russell mai uscito ma di cui avrei amato la colonna sonora.

Sly & the Family Drone + Dead Neanderthals / Mai Mai Mai Split

Lo split del secolo, sempre che siate dei pervertiti musicali come pochi.

SLONK – Song About Tanks

Altro progetto da cameretta, stavolta di Joe Sherrin. È un album che arriva da una brutta separazione e da un brutto periodo, si sente, ma non importa.

Soccer Mommy – Clean

Come dite? Snail Mail? Mi spiace, mai sentiti nominare.

The Buttertones – Midnight in a Moonless Dream

Già aprire l’album con uno strumentale dal sapore surf rock non è da tutti, sopratutto con lo stile e la carica pop dei Buttertones, ma anche il resto non scherza affatto. I Buttertones sono riusciti dove Frights e affini hanno fallito, ovvero a giocare con gli stilemi del rock ante-Beatles parlando della propria generazione. Se vanno avanti così questi diventano delle certezze, almeno da queste parti.

The Chats – Smoko

Esordio semplicemente perfetto, punk da sottoscala con la tigna giusta e la lager più scadente che c’è.

The Men – Drift

Mi duole ammetterlo, ma è stata una buona annata per l’indie praticamente ovunque. Tranne in Italia.

The Murlocs – Young Blindness

Questi orfani di Roy Erickson hanno sfornato un disco acidognolo che, non senza nostalgia, spicca per il buon songwriting e il tasso di cazzeggio. E sì, lo so che è uscito nel 2016, ed io lo comprai nel 2016, ma l’ho ascoltato nel 2018. Succede più spesso di quanto crediate.

The Shifters – Have A Cunning Plan

Passato un po’ in sordina ma destinato a far parlare di sé tra gli appassionati del rock australiano. Gli Shifters passano dove sono già passati Total Control, UV Race e Dick Driver, ma lo fanno con un piglio piuttosto originale e una capacità di costruire un album che migliora di ascolto in ascolto, lasciando presagire un futuro brillante.

Thought Gang – Thought Gang

Angelo Badalamenti e David Lynch. Se non li metti in lista devi avere il cuore foderato di merda.

Timmy’s Organism – Survival of the Fiendish

Casse contro il muro, amplificatore che le fa fischiare, 33 giri o FLAC – sai che m’importa, volume immorale. Se non è questo godersi del buon rock ’n roll forse non ho davvero capito niente della vita.

Windows96 – One Hundred Mornings

Miglior uscita vaporwave dell’anno, probabilmente, anche se l’attenzione dei fruitori ossessionati si è ormai spostata su lidi di contaminazione non sempre più interessanti quanto inutilmente più criptici.

Scusa beppe, ma per quale sudicio motivo nella lista non c’è…

Daniel Blumberg – Minus

Francamente Blumberg è presente anche nella classifica su RateYourMusic di tua nonna, a che serve se lo metto anch’io? Te lo fa piacere di più? E poi, considerando quanta bellissima roba è uscita in ambito jazz nel 2018, mi fa pensare che Blumberg fosse presente in due classifiche su tre anche per l’ottimo ufficio stampa. Cioè, ho letto classifiche tutte rock, pop o rap e poi come unico album jazz questo. Fate vobis. Ero indeciso se mettere Akinmusire proprio per non cadere nel tranello, poi mi sono ricordato che qui non mi paga nessuno, per cui…

Kurt Vile – Bottle In

Non è che sia un brutto album o le canzoni non siano azzeccate. Divertente l’intro con Loading Zone, notevole la melensa Bassackwards come la seguente ma più spigliata One Trick Ponies, ma porco demonio ‘sto disco di Kurt Vile puzza di paraculata da lontano un miglio. ‘Sta nostalgia canaglia un po’ teen drama un po’ Mac DeMarco un po’ Pippo Franco ha stramazzato i maroni. In questo album Vile nasconde un cantautorato scadente con dei bei effetti ed una estetica talmente abusata da assomigliare alla spugna con cui lavo i piatti da capodanno scorso.

Low – Double Negative

L’unica cosa davvero interessante è stata seguire il bailamme che si è scatenato tra vecchi fan e nuovi fan. La gente si scanna per le cose più stupide.

Mid-Air Thief – Crumbling

Ma siete davvero tutti sicuri che sia stan gran cosa? Secondo me è un disco che spruzza pretenziosità da ogni solco.  Magari però meriterebbe anche questo una recensione più accurata.

Spiritualized – And Nothing Hurt

Semplicemente non fa per me, l’avrò ascoltato dieci volte e continua a tediarmi come poche cose al mondo. Scusami Jack, è questione di feeling.

Ty Segall – Freedom Goblin

In pratica una raccolta di riff e idee che Segall aveva già sviluppato in qualsiasi suo vecchio album, però stavolta registrati e prodotti a modino. Capolavoro? Magari, quello è uscito nel 2008, e il Biondo che fa impazzire il mondo ha smesso di sfornare cose interessanti intorno al 2012, dopo di che è diventato una fotocopia vivente di se stesso. Peccato.

BONUS:

Courtney Barnett – Tell Me How You Really Feel

A mia discolpa non riesco a farmi piacere musicisti quadrati come la Barnett, troppo prevedibili le strutture melodiche e le armonie, le liriche comunque meritano, curiosissimo di vederla dal vivo tra pochi giorni.

Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace

Indubbiamente uno dei dischi che mi ha incuriosito di più del 2018, del quale non sono riuscito ancora a farmi una opinione solida. Anche loro li vedrò tra poco, spero di riuscire ad entrare nel loro mood e carpirci qualcosa in più.

 

John Cale – Fear

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Etichetta: Island Records
Paese: UK
Pubblicazione: 1974

You know it makes sense
Don’t even think about it
Life and death
Are things you do when your bored

Che un album rock cominci con un bell’accordo di pianoforte non è certo una roba inusuale, anzi, è un elemento che ha caratterizzato in parte le origini del genere, ma se la chitarra elettrica possiede nell’immaginario collettivo un ruolo leader nel sound rockettaro è certamente dovuto a quel calderone lisergico che furono gli anni ’60. Il pianoforte tornerà ad infuocare i solchi di plastica nera in modo massiccio negli anni ’70, ma se per gli americani il piano era rimembranza di personaggi come Little Richards, Jerry Lee Lewis, Memphis Slim (e tanti altri) in Europa non potevi mica prescindere da Chopin! Il pianoforte, come l’uso degli archi o dell’orchestra, era un tassello per la legittimazione culturale del rock in Europa, quasi mai pestato e vituperato, semmai coccolato da mani consapevoli, fresche di studi classicisti – con tutte le eccezioni del caso che sicuramente non mancherete di segnalarmi.

Le naturali forme di resistenza a questa delle volte eccessiva deriva “classicista” (ben rappresentate dal prog e da certo hard rock) c’erano eccome ovviamente, ma alcuni artisti più sensibili di altri riuscirono in questo contesto a creare opere che sostenevano entrambe le istanze senza contraddirsi. John Cale forse è quello che ne è uscito meglio, o quanto meno che ha saputo trovare un punto di contatto originale, ben invecchiato come un buon Dà Mhìle.

Seduto su questa panchina fredda in attesa del treno in italico ritardo, pensando ad un album degli anni ’70 con un iconico accordo di piano, mi sale sù per il cervelletto “Hunky Dory” di David Bowie. Changes è un pezzo gioviale, scevro dalle tensioni erotico-fantascientifiche successive, coacervo di intuizioni che seguono le nuove tensioni melò nel pop. Cale invece principia il suo album con un piglio storto e ambiguo, senza il taglio wagneriano di certo prog né con cadenza di fiaba, Fear Is a Man’s Best Friend ti scaraventa in faccia i Velvet Underground (Standing waiting for the man to come) e lo fa con uno stile tra il poppettaro e il Bernard Herrmann di Taxi Driver.

Il pianoforte, suonato con trascinante minimalismo, viene disturbato da una chitarra elettrica nevrotica, a destra compare un basso dal suono netto e pieno che verso l’irrequieto finale dialoga disperatamente con la voce quasi strozzata di Cale. Per quanto sia trascinate l’idea melodica di base, Cale inserisce consapevolmente delle interferenze alla piacevolezza totale, lasciando con pochi ma sostanziali accorgimenti un senso di disagio ed incompletezza su cui si regge l’intero impianto dell’album.

L’apporto di Brian Eno è evidente e fondamentale, la cura della timbrica è sofisticatissima, i suoni dei singoli strumenti catturano l’attenzione del nostro orecchio traghettandolo in direzioni contrapposte all’appeal della canzone. Questo si nota in maniera ancor più drastica in Barracuda. L’estetica surf e reggae si mescolano al kraut in un lavoro di sottrazione, le liriche di Cale sembrano volersi lanciare nel tentativo di definire gli stilemi di una hit estiva pre-apocalittica. Detta così sembra una roba pesantissima da Effervescente Brioschi, me ne rendo conto, ma fare blogging nel 2019 vuol dire anche questo, se ci pensate bene è un diritto di tutti supercazzolare liberamente, basta che il limite della tua supercazzola non travalichi la mia supercazzola, altrimenti sono cazzole.

Non è un album perfetto “Fear”, tutt’altro, ma nei suoi difetti più evidenti (come in certe ballate molto prevedibili) trova comunque un equilibrio estetico che rende piacevole l’ascolto a rotta di collo. Un po’ come se fosse uno di quei film in cui di tanto in tanto cala di tensione e ci si perde in dialoghi poco incisivi, ma qualcosa di inspiegabilmente malinconico ti lega a quelle immagini, per cui continui a guardalo e riguardarlo sprofondando sempre di più nel divano.

Al limite dell’auto-plagio ma comunque miglior pezzo del lotto è certamente Gun con i suoi 8 minuti di martellamento velvetundergroundiano, marchiato da un’indimenticabile assolo/trapano di Phil Manzanera che assoggetta sessualmente Arto Lindsay. La ricerca pop di Cale si svela nella sua semplicità compositiva, ma al contempo mostra l’enorme lavoro dietro ogni suono ed ogni parola proferita. Il musicista gallese toglie tutti gli elementi che appesantiscono la forma canzone degli anni ’70 anticipando così l’algidità di certo post-punk (ne sanno qualcosa i The Modern Lovers) riuscendo a tenere sù un groove decisamente rock ’n roll.

Ovviamente è il miglior album di Cale come solista, perché sposta i suoi limiti con l’accortezza di un musicista navigato, ormai all’apice della sua carriera, lo sentiamo infatti scazzare, rimpastare, incollare, scherzare, lo sentiamo inabissarsi nel torpore di una ballad per poi tagliare gli angoli di un potenziale singolo pop da classifica. È un treno John Cale che deraglia continuamente solo sui suoi binari, un viaggio nervoso e certamente scomodo, ma anche per questo perlopiù indimenticabile.

Jad Fair & Daniel Johnston – It’s Spooky

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Etichetta: 50 Skidillion Watts Records
Paese: USA
Pubblicazione: 1989

Sometimes when I’m watching television
and I’d think the most of the people in the movie
are probably dead
and it’s spooky

Premessa necessaria: a me Daniel Johnston mi fa cagare dalle orecchie e mi stimola la diuresi più che parlare con i passerotti. Johnston è diventato un culto solo perché riflette tutto quello che di imbarazzante c’è in noi, e in più un tale Kurt Cobain voleva fare l’alternativo davanti alla TV (che poi va anche bene, quel poco di notorietà che hanno da noi i Meat Puppets la devono esclusivamente ai Nirvana). Però. Ci sono sempre delle eccezioni. Sempre. E sono messe lì per farti ricredere su ogni decisione che hai preso negli ultimi 28 anni: è questo il lavoro giusto per me? scelsi la giusta università una volta finita la fogna liceale? sarà davvero lei la ragazza che mi scoperò per vendicarmi della mia fidanzata? sarò mai capace di scrivere una recensione decente? No. Avrei decisamente dovuto prendere farmacologia. Però adesso siamo qui. Io e te. Che bella coppia eh? Tu, davanti allo schermo voglioso di leggere una recensione di un disco che, probabilmente, non ti interessa poi così tanto ascoltare, ed io qui, mentre dovrei fare l’inventario come un bravo commesso con un contratto da fame, scrivo di quanto mi stia sulle palle Daniel Johnston. Splendidi.

La malinconia infantile di Johnston però ha indubbiamente un fascino universale. Difficile non sentire qualcosa durante l’ascolto di Pot Head, perché la voce e quella struggente melodia ti colpiscono sulle palle con un gancio destro mentre tu guardavi il sinistro. Detto questo però gran parte dei pezzi di Johnston non vogliono dire un bel niente, se non stronzate random di un tipo che chiaramente ha avuto qualche problema nella “fase anale” della sua crescita.

Ora però parliamo di cose serie: chi sarebbe questo Jad Fair? Se te lo chiedi probabilmente non sai nemmeno chi siano gli Half Japanese, e sarebbe troppo lunga da discuterne qua, magari facciamo la prossima volta, pizzata e birra dove vuoi tu. Ora come ora quello che ti basta sapere è che Jad Fair non è un menomato sessuale come Johnston, ma è uno dei personaggi più difficilmente inquadrabili dell’underground americano. Già attivo nella prima metà degli anni ’70, Fair è un songwriter a dir poco eccezionale, che alterna lavori estremamente toccanti (This Could Be The Night) a follie nonsense (No More Beatle Mania), per poi riempire la sua personale discografia di un sacco di album autoreferenziali che però hanno sempre il gusto acidognolo dell’urgenza emotiva. Capirete il mio sconcerto quando scoprì che Jad Fair, un mio mito personale per quanto riguarda la coerenza artistica dietro ogni suo progetto, anche quello più scabroso e inascoltabile, aveva collaborato più volte con Daniel Johnston alla fine degli anni ’90. Lo capisci, nevvero?

It’s Spooky” uscito nel 1989 è un album che non ho mai voluto ascoltare, perché non mene fregava un cazzo, semplicemente. Poi un giorno, attanagliato dalla noia e dal mal di vivere, clicco distrattamente su un link di YouTube: Frankenstein Vs The World. Quanto odio le eccezioni.

Questo album è una figata non perché c’è Jad Fair, ma perché c’è Daniel Johnston. Fair ci mette certamente la sua vena freak e irriverente, ma Johnston è la molla emotiva dietro l’album, la sua palese incapacità letta troppo spesso come eccesso di sensibilità, in questo caso lo è sul serio, alla faccia mia e di Kurt Cobain.

La batteria non riesce mai a tenere il tempo, le liriche non seguono neanche le strutture più banali, le voci di Fair e Johnston sono imbarazzanti e le melodie elementari, eppure tutti questi elementi assieme che negli Half Japanese era motivo di goliardia e insolenza, in questo album sono come un gospel liberatorio di tutti i malanni del mondo. C’è una gioia irrequieta, inconsapevole e bizzosa, che si smuove tra le coperte mattutine che ricoprono l’ascoltatore, sembra quasi di ascoltare una musicassetta nascosta sotto montagne di vecchi fumetti. Fair ci mette un metodo, Johnston ci mette tutta l’anima.

Non c’è dunque contrasto, non c’è da una parte un lavoratore onesto dell’underground che impone una sua cifra estetica e dall’altra un coglione, “It’s Spooky” non è una collaborazione, è frutto di una sola testa dalla quale sono cresciute delle sensibilissime antenne che captano i disagi interiori e li esteriorizzano con genuina immediatezza.

Cosa diversifica l’approccio di un gruppo come gli Half Japanese da questo album? O quello di un qualsiasi altro disco di Johnston? Nel primo caso manca la follia programmatica, lo scherzo portato alle estreme conseguenze. Del secondo quel totale spaesamento emotivo e la perdita dei punti fermi che rendono la vita vivibile (ecco, ho appena capito perché Johnston spacca, ‘ste cristo d’eccezioni!). “It’s Spooky” è sì melanconico e irriverente, ma con un solido fondo d’ottimismo e amore che rende l’ascolto molto più spensierato e partecipe. (sì, lo so che è una reiterazione, l’avevo già detto qualche rigo fa, però mi piace parlarti, seguire con avidità il tuo sguardo curioso mentre ti inietto tutte queste stronzate sù per il tuo affascinante cervelletto)

Non vedo l’ora di partire la prossima settimana, staremo tre ore in auto e una di quelle è già prenotata per un lungo e totalizzante ri-ascolto di questo strano e curioso album, che prende vita fin dai primi istanti di silenzio, sgattaiolando tra le nostre corde più fragili senza romperle mai, pizzicandole con gioia e sana malinconia.

Tab_ularasa/ Aaron Rumore – La sfida è farlo male

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Doppio turno di lavoro, ho la testa ancora obnulata dall’alcool del giorno prima mentre dimentico il chiavistello dentro il negozio, sono le 19:30 e tra poco più di un’ora sarò a casa.  In treno apro il portatile e quasi si staccava lo schermo, attaccato con lo scotch e tante madonne. A voi non frega un cazzo di tutto questo e lo capisco, però il mood di quando sei lì-lì per fruire di qualcosa è importante. Tutte le cazzate sull’oggettività vanno bene quando hai quindici anni e ce l’hai col “sistema”. Il giorno prima Tab_ularasa mi aveva mandato in anteprima il suo nuovo video, e così me lo volevo sparare prima di dedicarmi al mio sport preferito: dormire.

Da quello che ho capito due anni fa, d’estate, Tab e Aaron Rumore (musicista e produttore con la sua Körper/Leib) si sono ritrovati e hanno composto assieme uno split che sta per uscire soltanto adesso (25 Aprile) per la Bubca Records, e già il titolo mi esaltava: “La sfida è farlo male”. La premessa di un approccio picassiano in genere mi stuzzica sempre, ma quella sera, come vi ho detto, non ero proprio nel mood giusto. Clicco sul link e mi sparo il video mentre già penso al morbido contenuto nella fodera del mio cuscino.

Ripresa dall’alto una piccola macchinina verde compare in basso e va verso il centro del pavimento color vinaccia. I primi accordi di La sfida è farlo male mi ricordano Le allettanti promesse di Lucio Battisti, però storto e distorto. Degli strani sbuffetti neri compaiono sullo schermo, a metà tra animazioni e rumore. La macchina intanto si è scontrata con un’altra da Formula 1 gialla, e altre macchine che arrivano da tutti i lati cominciano pian piano ad accumularsi al centro.

Salire su queste scale
ha smesso di far male

Ad un certo punto un bel riffone cattivo alla Alley Cats spezza tutto e comincia il pezzo di Tab. Cosa?! Guardo bene il titolo del video: “Tab_ularasa / Aaron Rumore – La sfida è farlo male / La bugia (Bubca Records 2018)” E no cazzo, ma come? Un video solo per due canzoni? Che nemmeno si splitta, continua uguale a se stesso come se non ci fosse differenza! L’idea che Tab avesse prodotto un solo video per due canzoni diverse mi aveva francamente deluso, mi sembrava come se ci fosse una sorta di gerarchia sballata dove il video soggiogava analmente il contenuto musicale, così chiusi il portatile e non ci pensai più fino al giorno dopo.

Ripresomi definitivamente dal post-sbornia e dal post-lavoro decido di rivedermi il video, e solo quando premo su “play” ricordo cosa mi aveva fatto incazzare, ma decido di continuare. Da bravo stronzo quale sono non m’ero accorto che in realtà il video non si limitava all’accumulo di automobili giocattolo, e all’arrivo del pezzo di Tab, La bugia, la faccenda prendeva una piega particolare.

L’uso dell’analogico per Tab serve per rimandare ad una dimensione ulteriore, che non necessariamente deve coincidere con la nostalgia, ma piuttosto con uno sguardo antropologico sui fenomeni analogici e la loro condizione di precarietà. Il gusto per il rumore, onnipresente in tutte le produzioni di Tab, è tanto sonoro quanto visivo, il rumore è una texture, certamente, ma è anche una cifra visiva di deperibilità. Se ad una prima vista il video possa effettivamente apparire come un rimando all’infanzia e ai suoi giochi, diventa invece chiaro in un secondo momento che questo è un depistaggio.

Da bambini costruire è solo il momento che antecede la distruzione. Qua invece il gioco sta proprio nel “farlo male”, inteso anche come dolore fisico, palpabile, oltre che psicologico (Salire su queste scale/ ha smesso di far male). Questo autoscontro post-apocalittico in stop-motion non è casuale ma è volontario, come ad esorcizzare la fisicità dello scontro stesso. Le liriche di Aaron, quasi biascicate e nascoste dai filtri del rumore, si scontrano tra di loro allo stesso modo. Quando comincia il pezzo di Tab la faccenda si fa ancora più chiara:

Troppi filtri
troppi vetri
si frappongono al vedere
tutto è falso
tutto è vero
non c’è verità che sia
la bugia, la bugia
l’unica via, l’unica via

Ecco che quindi il rumore dell’analogico, la sua stessa essenza deperibile e continuamente ancorata alla nostra memoria (non solo personale ma collettiva) si denuncia come filtro per la realtà, che quindi automaticamente la mistifica, ne deforma la sostanza. Ma è proprio la bugia, la deformazione, l’unica verità che ci resta.

Ad un certo punto irrompe una scavatrice giocattolo che rimette ordine nel disastro automobilistico, la quale però si rivela essere un inquietante giocattolo di Minni della Disney. Questo genere si situazionismo Tab lo sta sviluppando su più piani, sia con i magazine da lui curati, che nei collage e nella musica. Non necessariamente bisogna intravedere connessioni di tipo volontario, ma già lasciarsi andare allo spaesamento (di brechtiana memoria) è un buon modo per capire la direzione concettuale di ogni lavoro del chitarrista dal Valdarno.

Aaron è chiaramente influenzato dalla New York degli primi ’60, quella di Godz e Fugs, dell’intervento poetico che si declama attraverso la dissacrazione dei canoni estetici del rock da classifica, e quello che mi aspetto da questo Split è un bel viaggio tra canzoni tronche e intuizioni situazioniste, un album che lontano dal perseguire una fruibilità rockettara lasci libero spazio all’interpretazione e allo sguardo di chi ascolta.

Ora scusatemi ma sembra che anche oggi ci sia da fare un po’ di straordinario, per cui ‘fanculo ‘sta merda, mi sparo la playlist su Spotify della line-up del prossimo Beaches Brew.